Log in

#Non rinnegherò la natura del mio amore anche se non posso pronunciarne il nome

ATTI OSCENI
I tre processi di Oscar Wilde

di Moisés Kaufman
 
traduzione: Lucio De Capitani
regia: Ferdinando Bruni, Francesco Frongia
scene: Ferdinando Bruni, Francesco Frongia
costumi: Ferdinando Bruni, Francesco Frongia
con Giovanni Franzoni, Ciro Masella Nicola Stravalaci, Riccardo Buffonini, Giuseppe Lanino, Edoardo Chiabolotti, Giusto Cucchiarini, Ludovico D’Agostino, Filippo Quezel
luci: Nando Frigerio
suono: Giusepper Marzoli
Giudizio complessivo:
Impegno:

728x90 set2

Lo spettacolo porta in scena quello che fu il processo a Oscar Wilde e la sua vertiginosa caduta (fisicamente ed artisticamente). Da uomo colto, amato e ammirato, lo scrittore più letto del periodo, più rappresentato a teatro che a causa di una società ottusa, rigida nella visione di quello che sono i rapporti umani, viene prima accusato, processato e poi condannato a 2 anni di lavori forzati che lo condurranno, una volta uscito di prigione, alla morte. Non sol fisica ma anche artistica e morale (nessuno più comprava i suoi libri, nessuna sua opera veniva messa in scena nei teatri).

Il centro della scena è un’aula di tribunale che racconta i 3 processi di cui fu protagonista Wilde nel 1895.

Gli attori si calano sia nella parte di protagonisti che di narratori.

La scenografia, così considerevole e cupa pare riprodurre lo stato d’animo di Wilde e presagire la sua decaduta da uomo brillante, quasi venerato ed osannato dalla critica e dal pubblico a “nullità”.

Il testo di Kaufman, magistralmente tradotto da Lucio De Capitani, racconta, da diverse angolazioni, i tre processi subiti da Wilde : ecco la versione di George Bernard Shaw e i consigli che diede a Wilde, Lord Alfred Douglas suo amico che spinge Wilde a denunciare il padre di lui per diffamazione, Frank Harris la dimostrazione della sua amicizia, e la versione e il ricordo di Wilde che risultano a tratti poetici e commoventi.

Ecco il testo che Wilde pronunciò in Tribunale (applaudito lungamente da alcune persone presenti in aula) «L’amore, che non osa dire il proprio nome in questo secolo, è un grande affetto di un uomo più anziano per un altro più giovane, quale fu fra Davide e Gionata, quale Platone mise alla stessa base della sua filosofia, e quale si trova nei sonetti di Michelangelo e di Shakespeare – quell’affetto profondo, spirituale, che non è meno puro di quanto sia perfetto, e che detta grandi opere d’arte come quelle di Shakespeare e Michelangelo, e queste mie due lettere, così come sono, e che in questo secolo viene frainteso – talmente frainteso che per esso mi trovo dove sono adesso.

È bello, è elevato, è la più nobile forma di affetto. È intellettuale, e si dà ripetutamente fra un uomo più anziano e uno più giovane quando l’uomo più anziano possiede intelletto e quello più giovane ha tutta la gioia, la speranza e il fascino della vita. Che così sia, il mondo non lo capisce. Se ne fa beffe, e a volte mette qualcuno alla vergogna per questo».

È proprio la caratteristica di evidenziare i punti di vista, e, di rendere prima narratori e poi protagonisti i personaggi, la peculiarità che rende unico questo spettacolo.

Il processo a Wilde è tuttora, tragicamente, attuale in una società che dietro la paura del “diverso” punta il dito accusatorio a giustificare un’arretratezza da epoca vittoriana.

Moisés Kaufman nel settembre 2016 viene insignito della National Medal of Arts dal Presidente Barack Obama, la più alta onorificenza conferita ad un artista, e candidato al Tony e all’Emmy Award come migliore regia e migliore sceneggiatura.

Kaufman è direttore artistico del Tectonic Theater Project e beneficiario di una borsa di studio Guggenheim per la scrittura drammaturgica.

Seguite la pagina Facebook di No#News per rimanere aggiornati su altri articoli e non dimenticate di condividere l'articolo!

Lascia un commento