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#Il mio corpo non è un'incubatrice programmabile

Avevo, da sempre, deciso che un giorno sarei stata mamma.

Avevo, da sempre, deciso che un giorno sarei stata mamma.

Non mi ero mai immaginata senza un pargolo da accudire.

Non mi ero mai posta il problema se avrei avuto una casa e dei soldi per farlo crescere nelle più necessarie comodità.

Non pensavo se gli avrei dato quello che a me era mancato o semplicemente quello che ai miei tempi non c’era.

Semplicemente mi vedevo mamma di un unico e solo figlio.

Ho sempre adorato i bambini ma non mi sono mai chiesta perché mi vedessi mamma di uno solo.

E poi ho capito. Col tempo, con gli anni che passano, con quel figlio che non arriva.

Quell’uno non lo avrei mai avuto o meglio non lo avrei mai partorito io.

Io non lo avrei mai incubato nel mio utero, ma sarebbe arrivato tramite e per conto di un giudice di un’anonima stanza di un Tribunale Minorile.

Sarebbe stato partorito da una donna, giovane, vecchia, questo non lo avrei mai saputo, che per una qualsiasi ragione non lo avrebbe tenuto, l’avrebbe dato in adozione, sperando che qualcun altro se ne occupasse al posto suo.

Non avrei mai saputo per quale ragione l’avesse abbandonato, oppure se le istituzioni glielo avessero portato via. Se fosse stata dolorosa la sua scelta, il numero di lacrime versato o il sollievo di poter almeno sperare in un futuro migliore per suo figlio.

Tutte queste cose non le avrei mai sapute. E forse sarebbe stato meglio così, perché sapere la verità avrebbe, forse, potuto incrinare la mia felicità, farmi sentire in colpa del fatto che io avrei cresciuto il figlio che lei aveva portato in grembo, che magari aveva tanto desiderato o addirittura mai voluto.

L’unica cosa che avrei saputo e provato sarebbe stata l’emozione e la gioia che quell’improvvisa telefonata mi avrebbe fatto vivere. 

Quella telefonata in cui mi si annunciava, si proprio un annuncio, che sarei diventata mamma di una tenera e vivace creatura dono, forse, di un errore di un’altra donna.

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