Log in

#Bohemian Rhapsody: il primo trailer

Lo scorso 15 maggio è uscito il trailer di Bohemian Rhapsody, l’attesissimo e travagliato film biografico su Freddie Mercury, al secolo Farrokh Bulsara, «un ritratto di Freddie come essere umano» secondo le parole del chitarrista dei Queen Brian May che, assieme al batterista Roger Taylor, figurano tra i produttori del biopic; il giorno prima lo sneak peek di pochi secondi aveva catalizzato l’attenzione dei fan promettendo «The music you know, the story you don’t» (la musica che conosci, la storia che non conosci). Il film uscirà nel Regno Unito il 24 ottobre, mentre in Italia arriverà solo il 29 novembre.

Si era iniziato a parlare del film nel 2010, ma sfortunate vicissitudini hanno ritardato la pre-produzione fino a luglio del 2017. Il protagonista inizialmente doveva essere interpretato da Sacha Baron Cohen (già Ali G e Borat), ma abbandonò il progetto per divergenze artistiche che si rivelarono poi essere le intenzioni dei membri della band (in particolare di May e Taylor) di creare un film per tutti, censurando le parti più scabrose della vita di Freddie. Secondo May invece la separazione sarebbe stata consensuale, dovuta al fatto che Choen avrebbe distratto gli spettatori dalla finzione cinematografica per via dei suoi precedenti ruoli comici. Il secondo nome per dare un volto al cantante era quello di Ben Whishaw, mentre per la regia si parlò di Dexter Fletcher, ma entrambi furono sostituiti nel 2016 rispettivamente da Rami Malek (Elliot di Mr Robot) nei panni di Freddie e Bryan Singer alla regia, salvo poi il licenziamento di anche questo regista a pochi mesi dal termine delle riprese, a fine 2017, a causa di una assenza ingiustificata dal set. Per ultimare il film e dirigere la post-produzione è stato quindi richiamato Fletcher, lasciando un’incognita su chi dei due sarà il regista accreditato nei titoli. La sceneggiatura fu affidata dapprima a Peter Morgan e poi a Anthony McCarten.

Ma parliamo del trailer. Sulle note di una travolgente miscellanea musicale che mixa alcuni dei più grandi successi dell’Armata Regale, vediamo Rami Malek trasformato in uno strepitoso Freddie con denti prostetici (ma che conserva il suo caratteristico sguardo), indossare le tutine e i completi che riconosciamo subito e riprodurre le movenze del frontman sul palco. E siamo subito lì, a respirare la stessa atmosfera che avvolgeva i concerti dei Queen. Accanto al protagonista, Ben Hardy interpreta Roger Taylor, Joseph Mazzello veste i panni di John Deacon e Gwilym Lee è la fotocopia del suo personaggio Brian May.

L’arco temporale raccontato, circa una quindicina di anni, parte dagli albori della band e si conclude con il concerto Live Aid del 1985. Il film tralascia quindi una buona fetta di storia del gruppo, decidendo di non contemplare gli ultimi anni di vita di Freddie, venuto a mancare nel novembre del 1991 a causa di una broncopolmonite aggravata dall’AIDS. Questa scelta, insieme con alcune selezioni adoperate nel trailer, ha dato adito alla polemica sollevata dallo sceneggiatore Brian Fuller che accusa lo studio cinematografico 20th Century Fox di “hetwashing”, alla lettera lavaggio etero, perché non c’è traccia nel provino né di relazioni omosessuali, né tantomeno della malattia di Freddie. A onor del vero, dato che i fatti raccontati arrivano solo fino all’85, a quell’epoca Freddie non era, o non sapeva, o voleva non sapere, di essere affetto dall’ HIV e, nonostante la sua storia d’amore, perché questo è stata, con Jim Hutton fosse agli inizi in quegli anni (durerà fino alla prematura morte), a me personalmente è parso di riconoscere una scena affettuosa tra i due in un frame del trailer. C’è comunque da augurarsi che la vita di Freddie sia esplorata in toto, con le relazioni omosessuali e la droga, perché anche questo era il nostro beniamino. Per il resto pare proprio che ci sia tutto: la temperie di quegli anni, i party, il perfezionismo di Freddie, la sua sensibilità e l’irruenza, le tournée del gruppo, le registrazioni in studio, Mary Austin, i manager, la disputa sulla durata del singolo Bohemian Rhapsody (ben sei minuti!), e perfino un gatto sul pianoforte.

Da fervente fan dei Queen aspetto questo film da anni, da ben prima che se ne iniziasse a parlare, per cui le aspettative, le mie e quelle di milioni di persone, sono molto alte. Perché c’è molto in ballo. Innanzitutto la musica, dal glam dei primi anni al pop, dalla ballata alle armonie vocali, dalla meticolosa sperimentazione alla sintesi tra rock e lirica. Ci sono poi le interminabili sedute in studio, i metodi “artigianali” per arrivare alle inconfondibili sonorità che hanno reso celebri i Queen, il sacro e il profano, le suggestioni, l’estetismo, gli eccessi, il kitsch. Vorremmo ritrovare nel film tutto questo e molto altro, perché, al confine col voyeurismo, di Freddie non se ne ha mai abbastanza. Un gustoso contentino è arrivato nel 2016 con il documentario Queen: A Night in Bohemia, titolo che ricalca la storica diretta della BBC sul palco dell’Hammersmith Odeon di Londra, nella notte di Natale del ’75. In 89 minuti sono riproposte le immagini originali restaurate dell’evento, l’audio rimasterizzato, interviste inedite, testimonianze e filmati in studio che documentano la genesi del brano.

Se credete di non poter aspettare fino a Novembre per il film, sul canale ufficiale dei Queen su YouTube si può vedere un breve ma evocativo behind the scenes. Inoltre la Fox ha indetto una simpatica iniziativa per cui si avrebbe una chance di partecipare ai cori nel film con la propria voce: accedendo al sito put me in bohemian da uno smartphone o tablet è possibile registrarsi mentre si cantano un paio di strofe di Bohemian Rhapsody (con la guida di un simil karaoke), e, se soddisfatti del risultato, incrociare le dita e confermare l’invio (sì, ci ho provato anche io).

Infine un piccolo blooper: il primo teaser è stato rimpiazzato con un altro (per i più curiosi è ancora visibile nelle varie reaction su YouTube), perché conteneva un “errore” che parrebbe essere una T-shirt di Roger Taylor con la stampa della bandiera del Sol Levante, tradizionalmente associata all’imperialismo giapponese e per questo ritenuta offensiva in Paesi asiatici come la Corea del Sud e la Cina.

Seguite la pagina Facebook di No#News per rimanere aggiornati su altri articoli e non dimenticate di condividere l'articolo!

 

Video

Lascia un commento