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#Ci vuole un anno per fare un capolavoro, ce ne vogliono quasi venti per poterlo vedere

Conosci un poliziotto che dorme bene? Se lo chiede sconfortato il detective Park, investigatore di un villaggio rurale alle prese con un caso di estrema difficoltà, sorto dopo un evento funesto che ha scosso tutti gli abitanti: corpi di giovani donne vengono ritrovati sul ciglio della strada o in mezzo alle radure, privi di vita e con evidenti segni di tortura e violenza fisica.

Inizia così, in modo apparentemente banale e più volte visto al cinema, questo prodigioso lavoro di inizio millennio firmato Bong Joon-Ho, regista coreano acclamato che ha ambientato “Memorie di un assassino” tra il 1986 e il 1991, cioè negli anni di alcuni delitti seriali realmente accaduti in una città fuori da Seul.

Park Doo-Man e il suo aiutante Cho Yong-Koo sono due agenti responsabili della Sezione crimini violenti del commissariato che si trova nella zona dei delitti; nel corso delle indagini sul potenziale serial killer delle donne ritrovate morte saranno affiancati dall’agente capo della polizia di Seul, Seo Tae-Yoon, che si unisce a loro a titolo volontario.

Questa duplice compresenza di un’indole plasmata ai ritmi della città e di un’indole invece campagnola si sposa coerentemente con tutti gli altri elementi “doppi” della storia, che fanno del film di Joon-Ho un perfetto spaccato di una società paradossale, contradditoria e ambivalente, a cominciare appunto dai diversi caratteri degli agenti. Non solo, quindi, Park e Cho sono privi di un metodo di ricerca rigoroso, e preferiscono accanirsi brutalmente e istintivamente su qualunque uomo indifeso si ritrovino, pur di mettere a tacere la stampa (al contrario Seo è il più metodico e preciso di tutti, analizza i documenti con pazienza e non mette le mani su nessuno). Ma ci sono tante altre “dualità”.






La Corea ritratta da Joon-Ho a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta è un paese dove le persone, invece di recarsi in ospedale per le proprie cure, si rivolgono a individui privi di licenza medica che vanno comunque a casa dei “pazienti”, come vedremo fare alla moglie di Park abituata a rifornirsi abbondantemente alla farmacia del paese per avere tutte le medicine all’occorrenza; dove la polizia può anche ostentare una feroce autorevolezza - esemplificata dalla percosse perpetuate ai danni dei detenuti - ma d’altro canto non dispone nemmeno delle risorse necessarie per le più banali analisi del Dna; dove persino i bambini sono caratterizzati da una curiosità meschina e involontariamente morbosa nei confronti di quei corpi abbandonati, a volte in mezzo alla strada, altre in mezzo alle piantagioni di riso, da condividere con gli adulti altrettanto esterrefatti ma meno fantasiosi dei più piccini.

Anche il confine tra sanità e malattia, tra uomo e donna, tra progresso e miseria è talmente sottile da indurci in una notevole “confusione”; con il risultato che lo scemo del villaggio può rivelarsi la testimonianza più preziosa e attendibile che si possa immaginare, che l’unica donna poliziotta del commissariato può rivelarsi la mente più brillante e acuta dell’intero team al maschile, che anche l’accuratezza e il rigore scientifici possono essere molto deboli rispetto all’intransigente “ignoto”, che ad essi si sostituisce talvolta come unica certezza accettabile.

Volevo ricostruire quegli anni basandomi sulla memoria, non è un thriller classico che mette insieme i tasselli di un puzzle come nei più tradizionali film hollywoodiani: il nostro film ha per protagonisti dei detective che indossano canottiere slabbrate mentre conducono le indagini in campagna”,

sostiene l’autore e sceneggiatore Bong Joon-Ho.

La cosa alla quale ho voluto dare una particolare enfasi è stata l’atmosfera realistica: non solo perché il film si basa su dei fatti reali, ma perché volevo che ogni parola e ogni gesto dessero l’impressione di realismo”.

“Memoria di un assassino” vi farà ridere, sussultare, ragionare, piangere e ancora sorridere, perché in questo mix di sensazioni, come svela il regista,

la morte è accompagnata da tristezza e rabbia: non provo solo rabbia nei confronti dell’assassino, ma mi fanno anche infuriare le circostanze che permisero all’omicida di continuare ad uccidere”.

Bong spera solo che gli spettatori del film provino “le sue stesse sensazioni”.

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Bernadette Hanna

Scandisco le mie giornate seguendo le rassegne tematiche e retrospettive dedicate ai protagonisti della settima arte della Fondazione Cineteca Italiana (al Museo Interattivo del Cinema di Milano soprattutto).

Sono nata e cresciuta a Milano, vivo con le mie sorelle e i miei genitori (emigrati dall'Egitto negli anni Ottanta): non ho mai smesso di interessarmi alle mie origini, appartengo in egual misura alla cultura araba e a quella occidentale, talvolta così simili, talvolta così distanti...

Le mie passioni sono i film e la scrittura, che ho coniugato iniziando a rilasciare delle recensioni online, fatto che, unito alla mia curiosità e a un rivelatore corso di giornalismo sportivo, mi ha portata a scegliere per il mio futuro la professione giornalistica: senza sosta, fuori o dentro Internet.