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#Peppermint, o la banalità della vendetta

Peppermint

regia: Pierre Morel
fotografia: David Lanzenberg
sceneggiatura: Chad St. John
montaggio:  Frédéric Thoraval
musiche: Simon Franglen
cast:  Jennifer Garner, Richard Cabral, John Gallagher Jr., Juan Pablo Raba, Annie Ilonzeh, John Ortiz, Method Man, Jeff Hephner, Erin Carufel, Pell James
 
anno: 2018
nazione: Stati Uniti
produzione: Lakeshore Entertainment
distribuzione: Universal Pictures e Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment
genere: azione
data uscita in Italia: 21 marzo 2019
durata: 101 min
giudizio complessivo: 
impegno: 


Perdere la propria famiglia sotto i propri occhi e trasformare la vita in una macro e improbabile vendetta. Peppermint, dal 21 marzo nelle nostre sale. Qui la nostra recensione.

Riley North, moglie e madre di famiglia di Los Angeles, assiste impotente all'uccisione del marito e della figlia da parte di una gang di narcotrafficanti. Ferita nell'attacco, riesce comunque a testimoniare contro gli assalitori, ma a causa di un giudice corrotto le sue dichiarazioni sono invalidate e il processo annullato. Cinque anni dopo, Riley, nel frattempo scomparsa e trasformatasi in una spietata assassina, torna per portare a termine la sua vendetta: a uno a uno cercherà i responsabili impuniti della strage (primo fra tutti il boss della droga Diego Garcia), mentre la polizia di Los Angeles cercherà di fermarla e un'intera nazione la acclamerà come eroina.

Il regista è quello di Taken, eppure Peppermint, il revenge-movie di Pierre Morel sembra tanto prendere la direzione di Giustizia Privata, film del 2010 di Gary Gray. Sugli stessi binari su cui Clyde (Gerard Butler) ingegnosamente pianificava fin nei minimi dettagli la sua cervellotica e ragionatissima vendetta, la Riley disegnata dalla regia di Morel e dalla penna di Chad St. Jhon, scivola in ogni dove, lì nella profonda gola dell’inverosimile che sfocia nel patetico; il prevedibile che collassa fino alla sua completa disfatta. Peppermint è un flop, ma di quelli pesanti.






L’indecenza di Peppermint è tutta giocata sul piano dell’attesi. Nel senso che aspetti, attendi che questo neonato angelo dei bassifondi di LA faccia dei passi falsi, che finalmente sappia crollare. Aspetti che per lo meno la logica, la pragmatica della vita faccia il suo corso, perché al cinema è pur possibile eluderla, ma a patto di saperlo fare. Invece lo scribacchino di Peppermint proprio non vuole saperne di creare un personaggio reale. La sua penna schizza con l’inchiostro un in-credibile mostro che la regia di Morel non può far altro che seguire come un cane al guinzaglio. Invisibile, senza la minima volontà di affermare il proprio punto gravitazionale, sul piano tecnico, rispetto la narrazione; l’unico scopo di Peppermint è far fare un figurone a Jennifer Garner, cosa che effettivamente le riesce bene. Sudaticcia, sporca e con i bussolotti di mitra e pistole ad incastonarsi nella sua bruna capigliatura sconvolta dai contraccolpi di armi ed esplosioni.

 

 

Sono serviti solo cinque anni a Riley North per trasformarsi in un segugio in grado di sterminare un’intera banda di latinos indemoniati. Saranno serviti cinque minuti per pensare, o meglio, non pensare affatto a come effettivamente rimettere sullo schermo il dolore e la volontà di fare giustizia da parte di una madre e moglie, ridotta ad un futuristico drone da combattimento invincibile e, cosa ben più raccapricciante, non pensante. Sì, perché se il metallico e freddo cuore di Clyde nella citata pellicola del 2010,  per mezzo dell’astuzia sapeva tradurre in atti il dolore per la perdita, il burattino interpretato dalla Garner è un cilindro di latta. Bellissima e angelica, ma ancora solo una scatoletta metallica senza arte né parte. Vendetta: fredda o calda? Forse vanno bene entrambe le soluzioni, purché non sia banale, speziata con della "Peppermint". 

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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