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#Captive State. Deludente lo Sci-fi di Wyatt

CAPTIVE STATE

regia: Rupert Wyatt
fotografia: Alex Disenhof
sceneggiatura: Rupert Wyatt, Erica Beeney 
montaggio: Andrew Groves
musiche:  Rob Simonsen
cast:  John Goodman, Vera Farmiga, Ashton Sanders, Madeline Brewer, Machine Gun Kelly, Alan Ruck, James Ransone, KiKi Layne, Kevin J. O'Connor, Ben Daniels, D.B. Sweeney, Jonathan Majors
 
anno: 2019
nazione: Stati Uniti
produzione: Amblin Partners, Lightfuse & Gettaway, Participant Media
distribuzione: Adler Entertainment
genere: fantascienza, thriller
data uscita in Italia: 28 marzo 2019
durata: 109 min
giudizio complessivo: 
impegno: 


Violenze, soprusi e resistenza. Questa volta però ”i poteri forti” arrivano da altre stelle. Dal 28 marzo in sala “Captive State” di Rupert Wyatt.

Una storia distopica ambientata in una Chicago del futuro, dieci anni dopo l'inizio di un'occupazione aliena. Lionsgate, che distribuirà il film, parla di "una concreta ambientazione sci-fi per far luce su un moderno stato di polizia, sulle minacce alle libertà civili e sul ruolo del dissenso all'interno di una società autoritaria".

Accendere un fiammifero. Dare vita ad una nuova guerra.

Questo il motto dei ribelli di Captive State, l’ultimo sci-fi di Rupert Wyatt, quello de L'alba del pianeta delle scimmie, per intenderci.

 

La fiammella però Wyatt vuole accenderla sullo sfondo, all’interno del sotto testo del suo spento e sonnecchiante film di fantascienza. Capiamo presto che gli alieni, in Captive State, centrano poco o nulla. E da questi si deve necessariamente partire, perché il fantascientifico di Wyatt dimentica troppo spesso l’origine della propria creazione, il motore primo. Alieni sì, alieni no. Per assurdo neanche chi muove la penna non sembra sapere bene cosa fare con questi mostriciattoli pelosi. Visti e non visti, ma peggiore rispetto la cattiva quadratura dei conquistatori interstellari, che potrebbe pur essere una scelta stilistica, è l’assoluta assenza di nozioni sui motivi del movimento di conquista dei super tecnologici. Nulla, niente di niente. Accettiamo l’idea che ci sono e barrichiamoci, se possibile, in ciò che dovrebbe, nel film di Wyatt, contare davvero.

Ad essere centrale nel progetto è il discorso sull’adesione del singolo al moto di rivolta, sul suo dovere sociale e politico amplificato e alimentato quando uno stato sembra non voler neanche più tenere sotto il tappeto la netta differenza tra cittadini di primo livello e scarti umani, rifiuti fatti di carne e sangue che con una cimice impiantata sul collo vestono bene i panni degli schiavi del nuovo millennio. 

Dovendo focalizzare il centro “x” di Captive State, che in ogni dove deve difendersi dalla lettura complottista e troppo semplificatoria di chi vuole spalmare briciole de “il Capitale” su ogni cosa, Wyatt è puntuale nel fornire nel grande database del cinema, in coda a tante e tante pellicole, il potere di controllo totale permesso dalle nuove tecnologie. Distopico si, ma solo se ci dimentichiamo della presenza di grossi quadrupedi pelosi e dai poteri non troppo specificati. Il resto è già storia contemporanea. Allora, navicelle a parte, Captive State racconta la vita di chi prova ad uscire dal “sistema”, dei liberi fuggiaschi irrintracciabili, lingue troppo calde e pericolose per l’ordine cittadino labile e sovversivo.

Al vertice gerarchico del distopico fantascientifico di Wyatt l’immancabile capo delle forze dell’ordine corrotto, prima vittima sacrificale sull’altare della giustizia e della ribellione. Poi l’insospettabile, il jolly della partita; infine il giovane teppista che da pedina semplice scopre d’essere l’alfiere che dà lo scacco. Insomma, Captive State sembra scriversi da solo, a patto di perdere per strada l’originalità e il coraggio di mostrare cose nuove.


Captive State fa dopotutto il suo mestiere: intrattenere, divertire e provare a depistare per quanto possibile lo spettatore che, tradito sul più bello, deve fare i conti con il colpo di scena conclusivo. Poi, che non vi sia un minimo di approfondimento dei personaggi, lasciati come bozze o peggio prove scartate di possibili volti, a Wyatt non importa. Che il film sia il tentativo d'essere un po' tutto con il risultato d'essere un po' niente...neanche questo importa. Forse un flop, forse uno dei tanti. Quasi sicuramente, e questo è importante, ce lo dimenticheremo.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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