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#Dafne: tra documentario e finzione

DAFNE

regia: Federico Bondi 
fotografia: Piero Basso 
sceneggiatura: Federico Bondi, Simona Baldanzi
montaggio: Stefano Cravero
musiche: Saverio Lanza
cast: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini
 
anno: 2019
nazione: Italia
produzione: Vivo film con Rai Cinema
distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
genere: drammatico
data uscita in Italia: 21 marzo 2019
durata: 94 min
giudizio complessivo: 
impegno: 


Al confine tra documentario e finzione. Presentato al festival del cinema di Berlino e vincitore del premio Fiprsci, Dafne è il nuovo film di Federico Bondi. Dal 21 marzo nelle sale italiane.

Una trentacinquenne portatrice della sindrome di Down, esuberante e trascinatrice, sa organizzare da sola la sua vita ma vive ancora insieme ai genitori, Luigi e Maria. Quando Maria muore all'improvviso, gli equilibri familiari vanno in frantumi. Luigi sprofonda nella depressione e Dafne non è solo spinta a confrontarsi con la perdita ma deve anche sostenere il genitore. Finché un giorno accade qualcosa di inaspettato: insieme decidono di affrontare un trekking in montagna, diretti al paese natale di Maria.

 

Difficile dire cosa sia di preciso Dafne di Federico Bondi. Difficile dire fino a che punto il cinema, inteso come strumento artistico e di comunicazione, possa scindersi nelle due cose, sfilacciando così quel legame intrinseco che non regge ad alcun tipo di messa tra parentesi. Le parentesi sembrano essere quelle inserite da Bondi, consapevole dell’avere tra le mani qualcosa di grosso, ma effettivamente mai davvero in grado di dirci e mostrarci cosa.






L’approccio documentaristico legato alla preponderante sagoma di Carolina, l’attrice che interpreta Dafne, fagocita l’apparato di finzione costruito in modo debole e timido da Bondi, aspetto purtroppo parassitario del film, fino alla totale dissoluzione del personaggio di Dafne. Se Nanni Moretti fa dire a Margherita Buyl’attore di fianco al personaggio” in Mia Madre, in Dafne lo squilibrio pende tutto sull'altro versante. Belle, forti e grandi alcune intuizioni di Bondi, soprattutto nei momenti di sospensione, quelli in cui Carolina sembra ritrarsi e dare voce al suo personaggio. Questo quando negli intervalli silenziosi Dafne è in grado di ricordarci – finalmente- la dimensione più drammatica della vicenda, legata all’incomunicabilità, alla distanza e alla riconciliazione spirituale di padre e figlia, permessa dal piano comune degli affetti: la morte della madre.

Eppure, la macchina da presa di Bondi cede di fronte la forza della natura di Carolina, che come attrice solista ruba spazio ai luoghi, ai contesti e al dramma stesso. Una forza della natura sì, purtroppo però mal giostrata e direzionata poco verso la via che il film di Bondi avrebbe dovuto indicare. Rispetto l’impeto esplosivo di Carolina non sembra essere in grado di salvarsi neanche la tecnica di Bondi, in difficoltà nella valorizzazione di spazi e paesaggi, per lo più quando il lungo cammino nei boschi, tra sentieri e vecchie costruzioni in disuso, avrebbe potuto ribadire una gerarchia che, al di là del soggetto trattato, nel cinema non può fare a meno d’esistere.

 

Tra soluzioni semplici e coraggio, è difficile dire se Bondi abbia progettato il tutto conscio del fatto che Carolina avrebbe riempito gli spazi cinematografici, sovrabbondando perfino sullo schermo, senza intuizioni drammatiche, crescendo di tensioni o trucchetti tecnici strappa consensi. O la vera furbizia di Bondi è stata il non provare a farsi furbo?

 

L’incertezza è palpabile, perfino durante la proiezione. Dafne è un film strano, sgraziato, rumoroso quanto assolutamente muto. Fa capricci ad ogni sequenza ed è sgrammaticato dal punto di vista tecnico. Eppure, nonostante tutto, non restiamo immuni di fronte il suo strambo fascino. Però, andava fatto di meglio. 

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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