Log in

#Suspiria: il cinema con la C maiuscola

SUSPIRIA

regia: Luca Guadagnino 
fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
sceneggiatura: David Kajganich
montaggio: Walter Fasano
musiche: Thom Yorke
cast: Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Lutz Ebersdorf, Jessica Harper, Chloë Grace Moretz, Angela Winkler, Sylvie Testud, Renee' Soutendijk, Ingrid Caven, Malgorzata Bela
 
anno: 2018
nazione: Italia, Stati Uniti
produzione: Frenesy Film Company, Mythology Entertainment, Amazon Studios
distribuzione: Videa
genere: Horror, Thriller
data uscita in Italia: 1 Gennaio 2019
durata:  152 min
giudizio complessivo: 
impegno: 


Uscito l'1 Gennaio, il cinema made in Italy portato a spasso nel mondo da Guadagnino lascia il segno con Suspiria. La nostra recensione.

Entrare in un edificio mai visto prima, eppure averlo già sentito. Sentito non il suo nome, ma il suo spirito, la sua anima e le sue “possibilità”. Quella scuola di danza i vecchi spettatori argentiani la conoscono bene. Sarà pure modellata architettonicamente in modo diverso. Il cuore pulsante lo abbiamo riconosciuto tutti.

Questa la grande furbizia di Guadagnino, o acume se volete. Adagiarsi su un gioco di trame già sentito e scolpito nello spettatore. Non c'è tempo per raccontare e sviscerare la pancia narrativa della vicenda. Si deve andare oltre, si deve mostrare il Cinema, con la c maiuscola. Lo spettatore a digiuno può lasciare il biglietto sulla poltrona e andare via. Non può essere pronto. Il film non aggrada a sufficienza lo sguardo mimetico che naturalmente lavora con la logica e le associazioni.

Suspiria non è più Suspiria ma qualcos'altro. Guadagnino supera, uccide, seppellisce. E' avido di scoperte nuove che con il termine “Remake” non hanno nulla a che fare; la parola è pestifera e l'immagine sa intercedere per noi con il sacro e il demoniaco. 

 

Forse Suspiria di Guadagnino potremo guardarlo per anni e imparare sempre qualcosa di nuovo sul cinema. Anzitutto impareremo a guardare la macchina da presa per quello che è, un occhio, che come ogni altro occhio ha dietro una mente e soprattutto una coscienza. La macchina da presa di Guadagnino è pesante, la senti sulla pelle, fa pressioni sui lobi. E' il mondo filmato quasi a pietrificarsi di fronte tanta animosità. Il montaggio rompe e sbriciola con i denti un mordente già tirato con forza. E' un delirio Dionisiaco. La frammentarietà è quella del Dio fatto a pezzi dai titani, fagocitato e vomitato in unità dalle viscere di Guadagnino. L'opera è viva. Non ce ne voglia la non-anima di Carmelo Bene, ma il cinema è nato vivo, e qualche volta possiamo gioire del nascituro.

Guadagnino, risveglia, ricostruisce e poi mette in sfondo, perché quel grande edificio stregato che respira per un attimo ce lo dobbiamo dimenticare, o meglio, dobbiamo accostarlo alla realtà esterna, quella del muro di Berlino, delle coscienze scosse e della memoria. E' vero, la memoria, protagonista anche di Chiamami col tuo nome. Ma ha un vestito nuovo. Viva, bruciante e salvifica prima, vagante, morente e prossima a nutrire la terra come fertilizzante ora.

C'è la non-realtà delle streghe, sacerdotesse in preghiere al santuario della colpa e della vergogna. Hanno “imbrattato il mondo” già con la loro venuta in terra. L'obiettivo è tenere in vita la bile dell'anima. All'esterno, il dottore che, alla genesi di un'era post storica come tutti, vivrà di dimenticanze, a braccetto con la totale assenza di pesi e rimorsi. 

 

Guadagnino, sull'epilogo ci fa sostare su quell'angolo di edificio segnato con un cuore, crocevia del ricordo, iconostasi sacra che rinvia direttamente alle storie del passato. Il peccato sta nell'aver dimenticato troppo, aver sostato troppo poco e malvolentieri. Allora l'immensa grazia del cinema di Guadagnino deve fare la pace con l'aspetto più mortifero. Scoprire il cinema, quello della vita, e doverlo abbandonare così presto, tanto presto che si fa fatica a trattenerlo per attimi. Il peccato è tutto nei limiti, nei confini e nei bordi. Sui margini la dischiusura, quella del cinema con la c maiuscola. Poi si chiude e ci restano solo, purtroppo, le streghe. Nel loro sabba satanico a tinte rosse ripercorrono la storia, la cui verità, come ogni Verità, è occultata e strisciante. La memoria non verrà mai via dal sottosuolo. Cosa ci resta? Lo spazio vivo che si apre con un salto. Lo spazio che si crea nel salto stesso. Il cielo è escluso dai giochi (la verità soprannaturale) e la profonda terra pure(la verità storica). Il cinema, come la vita, è nella gravità, in tutti i suoi sensi possibili.

Seguite la pagina Facebook di No#News per rimanere aggiornati su altri articoli e non dimenticate di condividere l'articolo!

Video

Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

Social Profiles