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#Kiss Me First: recensione della serie Netflix tra reale e virtuale

soggetto: Bryan Elsley
cast: Tallulah Haddon, Simona Brown, Matthew Beard, George Jovanovic, Freddie Stewart, Misha Butler, Haruka Abe, Samuel Bottomley
 
stagioni: 1
episodi: 6
durata: 46 min
anno: 2018
nazione: Stati Uniti
produzione: Netflix
genere: drammatico

Da pochi giorni Netflix ha dato il via alla serie inglese di Bryan Elsley, già co-creatore di Skins, Kiss Me First, in 6 episodi e per gran parte ambientata in un mondo virtuale. Protagonista è Leila, una diciassettenne introversa rimasta sola dopo che la madre, malata da tempo, la convince a praticarle l’eutanasia, senza preoccuparsi troppo delle ripercussioni psicologiche che questo avrà sulla figlia nè delle condizioni in cui la lascia.

Abbandonata a se stessa, la ragazza trova pace solo grazie ad Azana un gioco di realtà virtuale in cui il suo alter ego, Shadowfax, è una coraggiosa guerriera che si diverte combattendo con altri come lei. Un giorno incontra un avatar, Mania, che le fa conoscere un’area inedita di Azana, una sorta di paradiso nascosto chiamato Red Pill (riferimento alla scelta del protagonista di Matrix, Neo, di prendere una pillola rossa per scoprire la realtà su ciò che lo circonda) in cui un gruppo di ragazzi palesemente disturbati e con un collare sensoriale al collo (oggetto illegale tramite il quale il giocatore può provare le sensazioni dell’avatar) se ne stanno tutto il tempo seduti sugli scogli di fronte a una bellissima cascata a fantasticare su un fantomatico futuro in cui saranno felici e liberi dai problemi che li affliggono. A capo del gruppo c’è il misterioso Adrian che da subito sembra interessato a Leila e desideroso di coinvolgerla nel gioco.

Ma Leila, più che a Red Pill, è interessata a Mania tanto da spingersi a incontrala di persona, e a scoprire così Tess una ragazza estroversa e complicata, affetta da disturbi bipolari. Le due sviluppano un’amicizia morbosa che sarà il fil rouge dell’intera storia, Tess si metterà nei guai e Leila uscendo da suo letargo, deciderà di salvarla costi quel che costi.

Presentato come la risposta di Netflix a Ready Player One, Kiss me First se ne discosta parecchio soprattutto perché nella serie, l’elemento realtà virtuale, seppur molto presente (una grossa parte della serie è realizzata in digitale) è decisamente poco approfondito. Al gioco Azana per esempio, sono dedicate solo un paio di scene iniziali, che bastano comunque per fare capire quanto sia più divertente di Red Pill. Com’è possibile che degli adolescenti, seppur problematici, preferiscano stare sulle rive di un fiume a parlare invece che giocare a picchiarsi e a fare la guerra tramite avatar indistruttibili e che possono volare? Cosa ci trova il gruppetto di disperati in Adrian? Come ha fatto a convincerli a seguirlo? Tutto ciò non viene sviscerato a dovere, lasciando all’interpretazione dello spettatore.

La serie si discosta molto anche dall’omonimo libro di Lottie Moggach (in Italia edito da Nord col titolo Prendi la mia Vita) a cui è ispirata, non solo perché nel libro l’elemento realtà virtuale è assente, ma perché il testo è incentrato sulle difficoltà di convivenza tra la propria realtà e la versione virtuale che le persone creano di sè stessi su Internet, per esempio nell’utilizzo di social network e forum. Uno spunto molto interessante, considerata la crescente tendenza di molti a condividere ogni aspetto della propria vita sul web, e che nella serie viene appena sfiorato, quando due dei partecipanti al gioco si incontrano e uno di loro rimane a dir poco sconvolto nello scoprire un lui invece di una lei.

Quindi di cosa parla veramente Kiss Me First? La prima metà dello show è incentrata su Leila che cerca di capire cosa stia tramando Adrian, condita di tutte le problematiche di adolescenti disagiati che le serie britanniche sono così brave a raccontare (vedi Skins o Misfits), nella seconda parte si parla di Leila che tenta di salvare Tess, punto. Il discorso realtà virtuale è scenografico ma anche decisamente superfluo ai fini della narrazione, Tess e Leila avrebbero potuto essere due amiche senza avatar, una delle quali si mette nei guai infilandosi in qualche setta e sarebbe cambiato ben poco.

Va detto che un aspetto interessante è quello del rapporto tra Adrian e Leila, lui fa di tutto per portarla a Red Pill pur sapendo che gli causerà guai, perché si annoia. Manipolare le fragili menti degli altri si è rivelato troppo semplice e ha bisogno di un eroe che si contrapponga a lui per sentirsi realizzato come cattivo perché, come spiega lui stesso, non è bello un gioco di cui si conosce il finale. E Leila, pur essendo sola e abbandonata come gli altri loser di Adrian, è molto più sveglia di loro e riesce a fiutare subito la fregatura nascosta in Red Pill.

Kiss me first è una serie piacevole e ben recitata, e le atmosfere minimali e cupe ricordato tanto Black Mirror, ma se ne discosta nei contenuti, attenzione quindi, se cercate uno show interessante che parli di realtà virtuali in modo originale, citofonare Black Mirror, episodio San Junipero.

E a proposito di finale, dimenticatevelo proprio, perché l’ultima puntata si chiude in un modo talmente “aperto” che l’arrivo di una seconda stagione, successo della prima permettendo, appare del tutto scontato.

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Laura Galafassi

Mamma felice di Ludovica e Sveva. Da sempre preferisco scrivere piuttosto che parlare.

Amo lo yoga, la moda e sono Netflix-dipendente.

Odio gli ananas.

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