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#La stanza delle meraviglie: la narrazione viene prima del racconto

WONDERSTRUCK

regia:  Todd Haynes
fotografia: Edward Lachman
sceneggiatura: Brian Selznick
montaggio:  Affonso Gonçalves
cast: Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Michelle Williams, Julianne Moore, Jaden Michael, Cory Michael Smith, Tom Noonan, Amy Hargreaves, James Urbaniak, Ekaterina Samsonov, Damian Young
 
anno: 2017
nazione: USA
produzione: Amazon Studios, Cinetic Media, FilmNation Entertainment
distribuzione: 01 Distribution
genere: drammatico
data uscita in Italia: 14 giugno 2018
durata: 117 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Presentato al festival del cinema di Cannes e nelle sale italiane dal 14 giugno, ecco la recensione per La stanza delle meraviglie o “Wonderstruck” di Todd Haynes.

1977, Minnesota. Il dodicenne Ben è preda di un incubo ricorrente in cui viene inseguito da un branco di lupi. Una notte, cercando tra gli oggetti della madre, trova il vecchio catalogo di una mostra newyorkese sulle origini dei musei: i cosiddetti gabinetti delle meraviglie. C'è anche un biglietto, dentro, con l'indicazione di una libreria. E poi c'è un fulmine, che entra dal cavo del telefono e cambia la vita di Ben. 1927, New Jersey. Rose è una ragazzina che vive sola con il padre, isolata per via della sua sordità. La anima una grande passione per un'attrice, una diva del muto, di cui colleziona ogni notizia. Ben e Rose, a distanza di tempo, compieranno lo stesso avventuroso viaggio attraverso New York, guidati dal comune bisogno di conoscere il loro posto nel mondo.

Non serve essere chissà chi per capire che Haynes è uno che va seguito per il “come” più che per il cosa e il perché. Haynes è un'isola rara nel panorama cinematografico mondiale, forse l'unico che pur ammassando cliché gli uni sugli altri in una sola pellicola è in grado di fare qualcosa di molto più complesso di una bella ripresa o un montaggio eccentrico, ossia scaldare il cuore. La storia biforcuta di Mr. Haynes questa volta è scissa tra i brucianti anni 30 e i già quasi nostalgici 70. Colore e bianco e nero fanno da controparti temporali, legati assieme da Haynes per mezzo della trama e del silenzio, vero fulcro nucleico dell'intera confezione in questione.

Come già anticipato sulla trama c'è poco su cui arrovellarsi. C'è la fuga dal contesto ordinario, l'evento inspiegabile e metamorfico, la ricerca del tassello mancante e salvifico (padre e madre nei due differenti percorsi), gli incontri on the road a dare brio e sconvolgere la linearità del percorso, l'approdo nel luogo delle meraviglie e lo scioglimento di ogni arcano. Seppure questa sequenza schematica sia effettivamente in grado di tradurre tutti i segmenti del metraggio di Wonderstruck, l'opera di Haynes è ciò che è costantemente altrove rispetto la schematicità e la concettualizzazione del racconto.

Appiattendosi sull'opera best seller di Brian Selznick, inglobato nel progetto come sceneggiatore, Haynes fa carte false pur di lasciare, a chiunque sia in grado, i fili di una storia vagamente interessante, occupandosi invece della pura essenza dell'immagine cinematografica e ancor di più delle armonie articolabili tra queste.

Semplicemente, Wonderstruck è un film che non ha senso raccontare. Esperienziale, visivo, insonorizzato ma sibilante, come una palla magica che da risposte non quando interpellata, ma se e solo se osservata in silenzio. Poco convincente la lettura poetica e romanzata dell'handicap di entrambi i protagonisti, ma non stiamo mica a fare le pulci. Tutto per Haynes finisce nel colabrodo a lui necessario per il modo della narrazione, senza fare neanche troppo caso poi a ciò che effettivamente viene raccontato. Questo è secondario. Punto debole o punto di forza che sia, chi sceglie di utilizzare i soggetti di scena, in primo piano perfino, come semplice sfondo per il puro scopo di dare tono alle atmosfere e ai tramiti di queste, proprio come da sempre Haynes, non lo si può non apprezzare.

La grandezza di Wondestruck allora sta tutta nel darci la possibilità di vedere un tutto già visto ma in un modo in cui non l'abbiamo mai visto, o meglio, sentito. L'uguaglianza nella differenza, il ritorno dello stesso in altre vesti. E che vesti! Purché se ne occupi Haynes, uno che al cinema fa sempre un po' quello che vuole, per fortuna. 

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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