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#L'affido: L'incubico leone d'argento di Xavier Legrand

JASQU'A LA GARDE

regia: Xavier Legrand
fotografia: Nathalie Durand
sceneggiatura: Xavier Legrand
montaggio:  Yorgos Lamprinos
cast: Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Saadia Bentaieb, Florence Janas, Coralie Russier, Mathieu Saikaly
 
anno: 2017
nazione: Francia
produzione: K.G. Productions, France 3 Cinéma, Centre National de la Cinématographie
distribuzione: Nomad Film Distribution, P.F.A. Films
genere: drammatico
data uscita in Italia: 21 giugno 2018
durata: 90 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Vincitore del Leone d'Argento per la Miglior Regia e del Leone del Futuro Premio Luigi De Laurentiis per un'Opera Prima al Festival di Venezia 2017, nelle nostre sale dal 21 giugno “L'affido” il film claustrofobico sulle violenze domestiche di Xavier Legrand.

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Difficile è fare un film sulle violenze domestiche senza finire a vorticare nel gorgo della presa di posizione ideologica, dell'idiosincrasia e del ben pensare collettivo. Eppure L'affido è uno di quei film che del sentito dire, del “così si pensa” riesce a fare a meno in ogni dove, saltando i suoi ostacoli con l'eleganza di chi osa e non inciampa mai.

Ma Legrand per il senso comune, la burocrazia e la tragedia appiattita e annacquata nel pubblico doveva pur sempre passarci. Dunque il primo segmento del film è la messa in mostra del gran tritacarne sociale della giustizia, del tribunale, delle scartoffie e delle chiacchiere. Due avvocati fanno delle proprie lingue delle affilate spade, duellando sui piatti della bilancia di un giudice che analizza righe, referti e documenti. Due coniugi sullo sfondo, interpellati solo al termine, esclusi dalla loro dimensione più propria e lasciati in balia del non senso degli accordi giudiziari. Mostrata la facciata, il film di Legrand è un viaggio per difetto in tutto ciò che il pubblico sa e non vuole vedere. Il cine-occhio che s' intrufola sotto l'uscio e racconta l'incubo.

L'affido sa testimoniare anche la difficoltà del prendere parte prima ancora di conoscere i dettagli. Se sprovvisti di ogni punto fermo sulla trama, solo nel mentre saremo in grado di parteggiare per la vera parte lesa, poiché sulla sfera del pubblico tutti giocano la carta del genitore premuroso e dell'incomprensione, costringendoci in una sospensione del giudizio sui fatti. Non solo conoscere dunque ma sentire, come requisito necessario all'esperienza liminare dell'entrare senza permesso, e con non poca vergogna, lì dove si consumano le vicende più intime di una famiglia.

Difficile è far respirare ambienti e personaggi di vita propria fino al punto di far trasbordare gli stati d'animo oltre i confini strutturali dello schermo, dell'impianto sonoro e dello spazio. Legrand inscatola ogni pezzo del puzzle in spazi sempre troppo chiusi per contenere tutto. Piccoli appartamenti, la cabina dell'auto del violento Antoine, portoni e scale. Rubacchiando qualcosa da Kubrick, Brenton e Chabrol, il filo dell'angoscia e della paura è tessuto per mezzo dell'asfissia, risultato dell'"urla , scappa e nasconditi" perpetuo. Madre e figli prede nella propria tana che di volta in volta si trasforma in gabbia. Anche del suono l'autore fa un registro personale e funzionale alla dimensione empatica. Campanelli, telefonate e colpi alla porta sono ticchettii persistenti e irregolari di un orologio la cui logica è compresa solo da chi è all'interno del nascondiglio. Una sveglia irregolare che a giorni alterni sublima il tempo d'attesa della prossima venuta del mostro.

Naturale, “minimale”, striminzito e ridotto all'osso ma perfetto e mai sbavato, devoto all'essenziale. Fantasmagoriche riprese che solo rapportandosi con i soggetti dalla giusta distanza sono in grado di scandire e restituire l'adesione alla paura senza alcun distacco, come fossimo tante vittime di violenza domestica sotto i colpi barbari di una regia che tutto tira dentro e nulla lascia venir fuori.

Al suo primo lungometraggio Xavier Legrand esibisce con esercizio tecnico minuzioso la messa in scena di una storia semplice e per certi versi banale (supportata da un cast esemplare, dove tra tutti spicca il piccolo Thomas Gioria) che solo al di là dell'astrazione e del concetto è in grado di giocare il proprio asso nella manica: L'emozione e il rapimento dello spettatore. Eppure Lagrand ricorda con una singola sequenza finale come dopo essere caduti dal pubblico all'intimo non possiamo che ripiombare nella dimensione di partenza più dispersiva, spiando al massimo dallo spioncino della porta e ricordando a noi stesso che il viaggio, l'esercizio, l'incubo è finito, almeno per noi meri spettatori. Solo il cinema dunque è in grado di permettere il salto, seppure temporaneo, in dimensioni sempre altre e sempre esclusive, ma solo temporaneamente. Se quella sera del dicembre 1895 gli spettatori dei Lumière, all'arrivo del treno saltarono su dalla poltrona per scappare via, L'affido tiene incollati e sofferenti sul posto, solo temporaneamente certo, ma a che prezzo...

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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