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#Loro: dopotutto, Sorrentino

LORO

regia: Paolo Sorrentino
fotografia: Luca Bigazzi
sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
montaggio:  Cristiano Travaglioli
musiche:  Lele Marchitelli
cast: Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Euridice Axen, Fabrizio Bentivoglio, Roberto De Francesco, Dario Cantarelli, Anna Bonaiuto, Giovanni Esposito, Ugo Pagliai, Ricky Memphis, Duccio Camerini, Yann Gael, Alice Pagani, Caroline Tillette, Iaia Forte, Michela Cescon, Roberto Herlitzka
 
anno: 2018
nazione: Italia
produzione:  Indigo Film, Pathé e France 2 Cinéma
distribuzione: Universal Pictures
genere: drammatico, biografico 
data uscita in Italia: 10 maggio 2018
durata: 100 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Il nostro parere sugli ultimi due lavori di Sorrentino uniti dall'unica trama di Loro. Loro 2 è al cinema dal 10 maggio.

Difficile parlarne dopotutto. Dopo “tutto” ciò che su due film usciti nelle scorse settimane in sala con neanche un mese di distanza è stato detto. Difficile farsi spazio tra le chiacchiere, le belle parole spese per Sorrentino, le forti critiche, le accuse di manierismo o d'emulazione di sé stesso. Insomma, il rischio è di ammassare altre pagine e altre righe su quel surplus d'informazione che informazione tanto non è. Ma ricordando le parole dell'amico e regista Alessandro Comodin: i film restano, non sono prodotti che si consumano dopo la loro uscita. Credo dunque che lo stesso discorso valga per un articolo.

 

Gravitare attorno a Loro e pian piano avvicinarsi vuol dire anzitutto toccare la questione dell'episodicità, assunta nel progetto di Sorrentino in due sensi. Non sono poche le reazioni straniate per la scelta del regista di dividere il suo film in due parti. Il rischio corso è stato quello di “guardare e scordare”, di perdersi le cose per strada. Rischio è anche quello di non fare breccia con il primo Loro, e di non riempire le sale con il secondo. Ma diciamolo, forse a Sorrentino neanche interessa. Dunque non è con il tono catastrofista e neanche quello apocalittico che dobbiamo comunque considerare l'operazione di divisione sorrentiniana come frutto della ponderosa invadenza che il modus della sere tv sta esercitando sul cinema negli ultimi anni. Con sano realismo invece dobbiamo squadrare tutto ciò, capendo comunque sia che qualcosa nel macchinario sta cambiando, sia per chi il cinema lo fa che per coloro che lo ricevono.


 

E l'episodicià sorrentiniana in Loro non si limita alla doppia passeggiata che tra aprile e maggio siamo stati chiamati ad intraprendere verso il cinema, per i più sotto la pioggia anche, nel rispondere ad un doppio appello curioso. No, la stessa pellicola è intrisa di segmentarietà e divisione. Loro 1, in particolar modo, tiene ben distinti due mondi separati. Il primo è quello di Sergio, o tenetelo anche in mente come Tarantini, “imprenditore” che cerca assieme alla sua compagna la svolta per lasciare una volta per tutte Taranto. La porta d'accesso sono le belle ragazze succinte, svestite, “prostituibili”, da dare in pasto a chi si muove ai piani alti.

 

Sui piani alti però c'è Lui, il vecchio Silvio, una supernova fatta di carisma, denaro e potere. Allora fino a questo punto abbiamo sullo schermo tutto ciò che già aspettavamo. Il Silvio nazionale che in tutto il suo splendore prova il brivido di guardare cosa c'è dall'altra parte della siepe; guardarlo cadere nel paese delle meraviglie, il paese del bunga bunga, fatto di regalini, veline, toccatine, seratine, tante ine. Qui invece il colpo di genio, perché più che darci la pappa con il cucchiaio, Sorrentino comincia a giocare a nascondino con il pubblico italiano.

Silvio, in Loro 1, osserva dalla distanza, scruta con il binocolo i festini organizzati da Sergio nella villa vicina, mentre con l'altra mano stringe a sé Veronica, la moglie “purtroppo” un po' intellettualoide. Lei, colpita nel profondo da riflessioni sociologiche, antropologiche e orientali, dedita a pensieri così lontani seppure con un marito che le ha concesso il mondo tutto nel palmo della mano. Silvio canta serenate, fa lunghe chiacchierate con lei, l'ascolta e le fa regali. Insomma, siamo stati tutti a dirci per almeno due settimane che Sorrentino, “dopotutto”, non ha fatto un film anti-berlusconiano. Ci siamo detti che dopotutto Sorrentino sembra mettere una mano sulla spalla a Silvio per dirgli che lo comprende, che solo da amico si è avvicinato alla sua figura. Come ha detto qualcuno, scindendo profondamente il sogno del “berlusconismo” e la tragicità intima dell'umano qual è Berlusconi, non ci sono accuse ma solo comprensioni.

 

In tanti poi abbiamo strizzato il naso per l'interpretazione di Servillo. Sempre così preciso ed immedesimato, qui pareva una macchietta eccentrica e nevrotica, un robot messo in stretti vestiti e conciato da far paura in viso. Indirizzato poi macchinosamente con un copione stretto tra le mani sul set, per fare qualcosa che comunque non sarebbe mai riuscito a fare. Ma su questo per ora mi fermo.


 

Alla rimozione di un film ormai già passato, segue il ricordo del fatto che al cinema esce Loro 2. La voglia dopotutto non è molta. Le aspettative sono basse. Sorrentino, le sue carte le aveva già spese, comprese più sperimentali come la rottura della quarta parete, cosa mai vista nel suo cinema, e sequenze super pop molto lontane dai suoi lavori precedenti.

Loro 2 però ribalta tutto. Quel magnete che attraeva da lontano, seduto comodo e impiantato nella sua villa, ora è già all'interno dell'inferno di Arcore. Le veline gli sono attorno, Sergio aspetta frenetico e spastico il momento in cui abbordare le vesti del “dio” per strappargli un qualche incarico politico. I traditori sono stati smascherati e il più grande venditore d'Italia riscopre la sua capacità più grande: vendere sogni agli italiani, uno per tutti, indefinito, di qualsiasi genere, per ogni età. Così ciò che abbiamo di fronte in Loro 2 è proprio tutto ciò di cui eravamo in attesa. Ciò che più era telefonato, che prima o poi sarebbe arrivato. Non più con una mano sulla spalla ma con il dito puntato contro, come tutti gli altri.


 

Finalmente capiamo anche che quel tiratissimo mascherone “mosso” da Servillo non è stata altro che una vera e propria maschera, la più tranquillizzante e narcotica di sempre: quella che hanno amato gli italiani. Per di più sorrentino propone un lavoro morettiano sul rapporto tra attore e personaggio. Quel “l'attore di fianco al personaggio” finalmente prende vita e si fa materia in tutta la sua ironia, contraddizione e innaturalezza. Vedere Servillo e contemporaneamente colui che Servillo dovrebbe essere in quel momento, in una affascinante dinamica disvelatrice che sottolinea la rottura parziale della dimensione fingente.

 

Poi, in ordine sparso: svogliatezza per incarichi politici, tradimenti interni al partito, rifiuti da parte di giovanissime ragazze e riflessioni sulla vecchiaia, tentativi di corruzione e scandali legati al mondo della televisione, luogo in cui la gerarchia tra conoscenze influenti e competenza artistica viene sovvertita.

A seguire, l'esasperata fuga di Veronica che con il cuore è già lontana mille miglia. Durante l'attesissimo faccia a faccia finale finalmente è lei, Veronica, a farsi portavoce di tutti gli italiani per rispondere alla domanda “perché mi hai seguito fino ad oggi”. Velata da tenerezza e imbarazzo la risposta sarà: “perché mi hai fatto innamorare”. La ragione sta tutta in un detto popolare antico che mette in guardia la moglie del ladro perché prima o poi smetterà di ridere e piangerà, così come gli italiani hanno pianto. Si conclude così il percorso di Sorrentino, assieme ad una trionfante ma banalotta simbologia di decadimento racchiusa ed esplosa nell'immagine di un Cristo deposto dalla croce durante gli scavi del disastro di L'aquila terremotata.

 


 

In battuta finale, una lunga carrellata su una fila di operai, sporchi sudati ma tutto sommato fieri e, soprattutto, inconsapevoli. L'ultima volta in cui Sorrentino pronuncia idealmente la parola “loro” questa volta indicando chi si salva davvero: i banalissimi, i comunissimi, i semplicissimi.

A restare però è la sensazione di manchevolezza di un lungo progetto che prima gioca a nascondino e poi ci spiattella in faccia proprio ciò che volevamo. Attesa e disattesa funzionale solo a raccontarci quegli altri “loro” di cui però, caro Sorrentino, noi sappiamo già tutto e perfino ce lo immaginavamo anche. C'è da dire inoltre che i racconti di vuoti pneumatici impacchettati con cornici super estetiche e barocche non scalfiscono più di tanto ormai. Che sia stato lo stesso Sorrentino a svezzarci? In definitiva, il rischio è quello d'arrivare in ritardo alla festa della grande critica salottiera organizzata da sé stesso. Un grandissimo evento cinematografico che inevitabilmente, dopo The Young Pope, rischia d'essere letto come un balzo indietro.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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