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#Doppio amore. Lo sguardo e il sesso

L'AMANT DOUBLE

regia: François Ozon
fotografia: Manuel Dacosse
sceneggiatura:François Ozon 
montaggio:  Laure Gardette
musiche:  Philippe Rombi
cast: Jacqueline Bisset, Marine Vacth, Jérémie Renier, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Jean-Édouard Bodziak, Jean-Paul Muel
 
anno: 2017
nazione: Francia
produzione: Mandarin Films
distribuzione: Academy Two
genere: drammatico, thriller
data uscita in Italia: 19 aprile 2018
durata:  110 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Presentato al festival di Cannes dell'anno scorso, l'ultimo film di François Ozon “Doppio Amore” approda nelle sale italiane il 19 aprile. Con Marine Vacth e Jérémie Renier, un thriller psicologico, un po' fasullo; cinema fantoccio che si annida nel sesso per mascherare l'assenza di sostanza.

Chloé (Marine Vacht), una giovane donna che soffre di depressione a causa di un trauma del passato che non riesce a superare, tanto che ha somatizzato la sofferenza emotiva in un misterioso dolore al ventre.
Un giorno decide che è arrivato il momento di affrontare il suo indicibile segreto e inizia un percorso di cura presso lo studio di Paul (Jérémie Renier), uno psichiatra dolce e premuroso. Improvvisamente, però, i due iniziano ad avvicinarsi fino a innamorarsi l'uno dell'altra, e Paul si vede costretto a prendere una decisione: interrompere le sedute e abbandonarsi all'amore.
Qualche mese più tardi, Chloé accetta di trasferirsi nell'appartamento di Paul per iniziare ufficialmente una vita insieme, ora accettabile da un punto di vista sia etico che professionale. Ma un giorno Chloé scopre l'inimmaginabile: Paul le ha sempre nascosto l'esistenza di suo fratello gemello monozigote, Louis. Per di più, anche lui è uno psicoterapeuta, che esercita la professione in un altro quartiere di Parigi. Spinta da un'innegabile curiosità, Chloé decide di fissare un appuntamento con Louis e recarsi al suo studio per conoscerlo.

 

Nel 2013 esce “Giovane e bella” e nel 2014 “Una nuova amica”. Poi nel 2016 “Frantz” e nel 2017 “Doppio amore”.

Insomma, basta dare un'occhiata all'ultimo segmento della filmografia di Ozon per capire (escluso Frantz) che il regista francese proprio non ce la fa ad uscire fuori dai temi del doppio e del sesso. Eppure di ossessione vera e propria non se ne può parlare, perché quando questa è vera e autentica ci si può aspettare un buon lavoro, frutto di riflessioni approfondite e giustificate.

A giustificare Ozon, almeno nel pensiero del regista, c'è Hitckock, De Palma, ma anche Polanski e Cronenberg. Eppure la sensazione è quella che tutto ciò non sappia bastare. Non servono le riprese sulle scalinate a chiocciola che fanno tanto Vertigo per il ricordare la dinamica concentrica della vicenda. Non serve l'allusione al mutamento fisico e carnale interno. Infine, non serve più parlare dell'altro, della doppiezza, di gemelli velati dall'intrigo e di differenze nell'uguale se non si ha un buon pretesto e se soprattutto non si ha nulla di nuovo da dire. Ozon prende al volo un treno brillante, ma in ritardo e con fare posticcio, perché se ti presenti su questo treno con il biglietto del sesso bè ...forse era meglio stare con i piedi per terra.

 

Bella sì la prima immagine di Doppio Amore, con la vagina della Vacth, o chi per lei, ripresa in verticale a confondersi poi in dissolvenza con un occhio. La sua bellezza non sta nel fatto che, come vorrebbe Ozon, guardare ed osservare sono azioni che già appartengono alla sfera sessuale. Come suggeritomi da un amico e collega durante uno dei tanti sfoghi sul cinema contemporaneo che proprio non ce la fa, forse Ozon finisce nell'autocritica inconsapevolmente. Quella vagina/occhio sta come parte per il tutto di una certa tendenza, in particolar modo festivaliera, che ormai ci propina al cinema il sesso tanto per, ingiustificato, forse semplicemente come boccone per soddisfare quel continuo desiderio satiriaco e ninfomane. Da ladri dell'immagine pornografica, ci stiamo crogiolando nella nostra cleptomania sessuale. E questo è il massimo punto psicanalitico che Ozon ci consente di raggiungere, perché il resto ha poco a che fare con la psiche ma tutto ha da spartire con il desiderio di mettere in scena corpi, sempre più nudi, sacrificati al nostro desiderio meno profondo e più carnale.

L'intreccio ozoniano dei doppi, dove ci si strugge e distrugge, dove si ama e si odia, perde la propria ragione d'essere all'interno di una narrazione che si concede tutto e troppo. Nell'impossibilità di distinguere tra realtà e sogno troppo spesso viene a cadere il “senso”, non capendo che quest'ultimo, seppure chimerico, sempre occultato e mai davvero giunto al tramonto, c'è sempre e deve esserci sempre. Il fare tanto per fare, in un'epoca artistica in cui la licenza si traduce in capriccio, forse ci conviene guardarlo con sospetto.

Eppure la sicumera di un regista come Ozon, che bazzica nel nulla e frequenta camere da letto e niente più, lascia una prepotente sensazione di sconforto.

Film terribile, esclusa la prima sequenza dunque. Immagine che con facilità potrà restare come sequenza cardine del cinema contemporaneo. Più delicata è la questione sul “come” potrebbe restare e fissarsi nella nostra memoria. L'eccitazione, la bava alla bocca, il desiderio dell'”ancora” segneranno senza punto di ritorno la vittoria della pornografia nel cinema. Forse allora, la vittoria della stesso Ozon ormai privo di bussola e di pensiero.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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