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#Wind River: il western moderno, l'identità e la vendetta

WIND RIVER

regia: Taylor Sheridan 
fotografia:  Ben Richardson
sceneggiatura: Taylor Sheridan 
montaggio: Gary Roach
musiche:  Nick Cave, Warren Ellis
cast: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Jon Bernthal, Kelsey Asbille, Julia Jones, Norman Lehnert, Martin Sensmeier, Gil Birmingham, Ian Bohen, Graham Greene, Eric Lange, Hugh Dillon, Tantoo Cardinal
 
anno: 2017
nazione: Gran Bretagna, Canada , USA
produzione: Acacia Filmed Entertainment, Film 44, Ingenious Media
distribuzione: Eagle Pictures, Leone Film Group
genere: thriller
data uscita in Italia: 5 aprile 2018
durata: 111 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Il 5 aprile al cinema “I segreti di Wind River”. Il classico western riesumato e reinterpretato alla luce di temi contemporanei, dalla mano di Taylor Sheridan, sceneggiatore di Sicario e Hell or High Water. Migliore regia nella sezione Un Certain Regard di Cannes e presentato al Torino Film Festival dello scorso anno. 

Cory Lambert è un cacciatore di predatori nella riserva indiana di Wind River, perduta nell'immensità selvaggia del Wyoming. Sulle tracce di un leone di montagna che attacca il bestiame locale, trova il corpo abusato ed esanime di una giovane donna amerinda. Il crimine prolunga il dolore di Cory che ha perso tre anni prima una figlia in circostanze altrettanto brutali. Per fare chiarezza sul caso, l'FBI invia Jane Banner, una recluta di Las Vegas senza esperienza.

 

Dopo Westworld viene difficile pensare la reinterpretazione filologica del western ai giorni nostri. La serie tv che a breve tornerà con la seconda stagione sembra aver segnato un punto di non ritorno, un “oltre” che uno sguardo disincantato deve tenere in considerazione. Un andare avanti non svuotato di ciò che trascina con sé dal passato. Reinterpretazione, modernizzazione e attualizzazione dunque. I segreti di Wind River, pur non presentando gli stessi scenari futuristici, non fa nulla di diverso. Sheridan confeziona un giallo dal sapore western che rievoca la classicità di un intero genere. Perfino, conserva anche ciò che felicemente avrebbe potuto lasciarsi alle spalle. (vedi il frasario dell'antieroe solitario, il didascalismo del cacciatore burbero).

Il Wyoming è una terra di confine, fredda e penetrabile solo se la si conosce come le proprie tasche. Nelle tasche di Cory Labert c'è la neve, ci sono i proiettili destinati ai lupi che sbranano il bestiame e tanto odio represso. La comparsa di un cadavere congelato nella neve riaprirà una varco tenebroso mai del tutto annientato che rinvia direttamente alla scomparsa di sua figlia avvenuta in misteriose circostanze. La comunità indiana che fa da contesto a Wind River è un vaso di Pandora socchiuso, con il coperchio in un equilibrio precario. Sheridan solleva così un paio di questioni che sanno rendersi perfino più interessanti del caso d'omicidio stesso.

 

Lì dove la micro società americana vive nella propria solitudine, il grande duello è giocato sul campo da chi è diviso dalla differenza generazionale. Giovani amerindi che perdono la propria identità, rifiutando i valori di una tradizione antica per abbracciare la non-identità marcata dalle droghe, lo spaccio, la violenza e la morte. Le pressioni dei saggi anziani si traducono in attriti insolubili, se non anche alla guerriglia.

In un nuovo mondo in cui il saggio perde la podestà sul giovane ribelle, Sheridan cala sugli spazi bianchi del nord America il vincolo che schiude il malessere, la leva che apre definitivamente il vaso dei mali. Se il tema della violenza, della solitudine, dell'odio e della negazione di sé stessi sembrano riusciti, il resto fa da zavorra, un peso che impedisce al progetto di volare: il grande discorso sul dolore. Interiorizzare il dolore, farlo proprio, convivere con il fantasma della perdita, abbracciare solo l'alone fatto del ricordo della persona amata. Cory tuttavia insegna alla giovane e inesperta agente dell'FBI, un animale domestico da clima temperato costretto a vivere nelle tane dei lupi, come sia possibile e a tratti liberatorio far dialogare l'accettazione del dolore con la vendetta sanguinaria. Le due cose non si escludono, fanno la pace e accontentano un po' tutti, dal moralista all'assetato di sangue.

 

Grandiosi i giochi cromatici costruiti sul contrasto bianco neve-rosso sangue che maculano costantemente l'immagine, la sporcano e la deturpano della propria purezza. Rugosità visiva che dona espressione a tutti gli scontri concettuali che vivono e danno corpo al film, sulla scorta di una regia a tutti gli effetti vincente, minuziosa e dettagliata che più di una volta ricorda i lavori dei Coen.

La battuta di caccia è buona. Centrati diversi bersagli meritevoli. Qualche colpo inutile sparato in aria. Promosso. 

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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