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#The Silent Man: la recensione

FELT

regia: Peter Landesman
fotografia: Adam Kimmel
sceneggiatura: Peter Landesman
cast: Liam Neeson, Diane Lane, Maika Monroe, Ike Barinholtz, Michael C. Hall, Wendi McLendon-Covey, Josh Lucas, Marton Csokas, Noah Wyle, Kate Walsh
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti
produzione: Endurance Media, MadRiver Pictures, Playtone
distribuzione: BIM
genere: biografico
data uscita in Italia: 12 aprile 2018
durata: 103 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Ancora un film sul caso Watergate. Peter Landesman prova a far luce sullo scandalo della presidenza di Nixon con The Silent Man, dal 12 aprile nelle sale italiane.

L'analogia, il parallelismo, l'evocazione del presente sulla scorta del passato. Si direbbe che in America i soldi investiti su questa particolare tipologia di film biografici siano parecchi. Funzionano un po' come il dito che gratta via la crosta dalla ferita per fare polemica sulla stessa azione cicatrizzante. The Silent Man o semplicemente Felt, è l'ultimo lavoro di Landesman. La materia storica scandagliata (si fa per dire) e riadattata sullo schermo per il pubblico proviene dagli anni del presidente Nixon e lo scandalo targato Watergate. Se non vi è bastato “Tutti gli uomini del presidente” e neanche “Gli intrighi del potere” di Oliver Stone, forse questo film fa al caso vostro. Per tutti gli altri si consiglia un gran giro lungo che sappia evitare Felt.

La verità è che questo tipo di analogie tradotte al cinema nel tentativo di parlare male di un presidente pesantemente non voluto, si traduce in un tentativo a tratti fumettistico, a tratti sprovveduto e cieco, messo in piedi non da un regista ma da un giornalaio. Quando oltre a fare politica si dimentica il dovere di raccontare una storia nel miglior modo possibile, i peccati di un artista si fanno mortali.

Poi, a dire il vero, di mortale nella pellicola di Landesman c'è solo la noia. Un serpentone di sequenze fuligginoso e polveroso che trascina in uffici presidenziali e governativi, affrescati con una monocromatica tinta bluastra e accompagnato costantemente da una colonna sonora sensazionalistica e didascalica fino al disturbante, volta a sottolineare momenti di tensione o più che altro, a ricordarci che sono tali quando proprio non siamo riusciti da soli a capirlo.

Anticlimax come in poche pellicole. Per carità, può anche andare bene ma solo se trattato con i guanti di velluto.

Tutto ciò che ci resta è un Liam Neeson costantemente rabbuiato, sull'orlo di una crisi sempre in potenza e mani in atto. Un uomo tutto d'un pezzo, scisso tra un disastro che diverrà storico per la casa bianca e un matrimonio che fa acqua da tutte le parti. Nello scegliere se approfondire la trama storica o quella sentimentale, il biopic di Landesman semplicemente non sceglie nulla, allungando il brodo insipido e cercando di tenere tutto assieme il più possibile.

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Il risultato è l' ennesimo racconto già visto e già sentito su un caso famigerato in ogni angolo del mondo o quasi. Un progetto che crede d'avere la schiena coperta dalla trama dura e calcarea su cui è difficile inciampare o cadere. Ma muovere personaggi come pedine su una scacchiera, senza fare mai davvero alcuna mossa, è tutto ciò che propone un film come Felt. Colloqui su colloqui, incontri segreti, altri ufficiosi, poi quelli ufficiali. Se dopo circa un ora non capite più a quale tipologia di incontro state assistendo non preoccupatevi, sarà proprio il risultato primario ed emergente di The Silent Man. Arduo compito è comprendere realmente tutte le azioni, dirette e indirette, di Mark Felt, veterano militante dell'FBI che più volte ricorderà a pubblico e avversari politici come la sua agenzia non debba rispondere a niente e nessuno; le forze dell'ordine sono libere di indagare su ciò che vogliono. Ma la casa bianca brucia con le fiamme dell'opinione pubblica, la cui miccia è innescata dallo stesso Felt, personaggio rispettato che solo nel 2005, tre anni prima della sua morte, ha rivelato d'essere la talpa denominata Gola Profonda, che durante il periodo caldo ha spifferato ogni segreto scomodo al The Washington Post.

Per nulla supportato da una sceneggiatura valida, che per certi versi è un vero e proprio “scolapasta” , forse troppo avvolto in una regia asciutta sì, ma pedante e scarica emotivamente, Felt si rivela essere uno di quei polpettoni da cui è giusto tenersi lontani. Che sia giunto il momento di guardare con diffidenza film biografici su scandali e inchieste del novecento, portatori di mezzi messaggi politici mal articolati e mal presentati? L'ardua sentenza ai posteri. Per il momento, almeno per sul caso Watergate, rispondiamo in coro come con l'ambulante di turno che propina ciarpame: “no grazie, non mi serve.”

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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