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#Annihilation: Un capolavoro per caso su Netflix

ANNIHILATION

regia: Alex Garland
soggetto:Jeff VanderMeer 
fotografia: Rob Hardy
sceneggiatura: Alex Garland
montaggio: Barney Pilling
musiche: Geoff Barrow, Ben Salisbury
cast: Natalie Portman, Jennifer Jason Leigh, Gina Rodriguez, Tessa Thompson
 
anno:2017 
nazione: Stati Uniti
produzione: DNA Films, Paramount Pictures, Scott Rudin Productions, Skydance Media
distribuzione: Netflix
genere: Fantascientifico, Thriller 
data uscita in Italia: 12 marzo 2018
durata:  115 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Disponibile su Netflix dal 12 marzo Annihilation, film sci-fi di Alex Garland con Natalie Portman tratto dal romanzo di Jeff VanderMeer . Un film che rischia infelicemente di lasciarsi guardare per ciò che non è. Qui la recensione spoiler.

Un gruppo di soldati viene inviato nella zona disastrata dell'Area X colpita da un fascio luminoso misterioso, senza fare ritorno. L'unico sopravvissuto è gravemente malato e non esiste modo di curarlo né di fargli riprendere coscienza. Nel tentativo di salvarlo, la moglie del soldato, una biologa, si avventura nell'Area X con il suo team per scoprire cosa è successo e quali terribili segreti si celino nella misteriosa zona aliena.

Come al solito le svianti traduzioni italiane non aiutano. Nel caso di Annihilation, per gli utenti Netflix italiani “Annientamento”, a marciare contro la pellicola di Alex Garland c'è anche la stessa piattaforma dalla scritta rosso fiammeggiante, un calderone che mescola tutto con tutto. I “giochi” seri si fanno altrove e quelli che finiscono nella pentola rischiano d'essere letti come soli giochi video-ludici.

Eppure questa volta Netflix ha lanciato qualcosa di più di un semplice sci-fi d'intrattenimento, puntualmente letto esclusivamente come tale. Insomma, come si suol dire, le perle ai porci.

Garland non è nuovo sul genere. Ogni suo precedente lavoro, da "Ex Machina" alla sceneggiatura di "28 giorni dopo", è rivolto al fantascientifico, al tema dell'isolamento, alla contaminazione, la fuga e via dicendo. Ma Annihilation, che in italiano meriterebbe il titolo “Annichilimento” , ostico si, ma teleologico rispetto alla pellicola che va a nominare, su diversi fronti non ha nulla da spartire con i lavori antecedenti del regista inglese. Un vero e proprio salto qualitativo, legato al pensiero più che alla tecnica cinematografica.

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Al secondo di questi aspetti si avvinghiano come polpi sulla preda i demolitori dell'ultimo prodotto Netflix, scagliandosi contro le poco elaborate creature in CGI e la spettacolarizzazione ridotta all'osso delle sequenze di lotta contro queste. Poi c'è la questione della trama, ricca di evidenti forzature che non riescono a farsi specchio di ciò che davvero accadrebbe alla genesi di una catastrofe apocalittica. Tutto corretto, eppure tutto ciò si erge come colosso di una preoccupante e straordinaria incapacità d'andare oltre, la strepitosa cecità di chi si ferma alla superficie dei McGuffin senza problematizzare le domande di un film imperfetto ma complesso come Annichilimento.

Complesso perché nelle sue radici questo non è neanche un film fantascientifico, o al massimo, si maschera come tale per aprire un varco con il quale lasciar emergere significati affatto alieni e disperatamente umani. L'area X, che tanto ricorda “la zona” all'occhio e l'orecchio cinefilo navigato, è costrutto rappresentativo e de-idealizzato di un posto liminare, un margine topografico che parla ancora dell'uomo e della natura. Tutto muta nell'area X, dalle piante agli animali, compreso l'uomo che si aggira tra le foreste contaminate per coglierne i segreti e scongiurare la distruzione del genere umano così come conosciuto. L'area X è un prisma entro cui tutto riflette tutto, ogni codice genetico si imprime sull'altro, dando vita ad arbusti di forma antropomorfa e a creature in grado di emettere gemiti umani.

La biologa Lena (Natalie Portman), moglie dell'unico soldato tornato dal confine dell'area X, sarà anche l'unica del commando femminile a raggiungere il faro, centro gravitazionale di ogni singolarità dell'intera area.

Ad aspettarla ci sarà una creatura antropomorfa dai tratti indistinti e dal colorito grigiastro, un manichino mimetico che imita ogni suo passo e gesto. Alex Garland dischiude solo al termine del suo lungo e lento progetto i significati inscatolati come in una matrioska.

Il simbolo borgesiano dello specchio e l' unheimlich freudiano sono i paradigmi migliori per cercare emergenze di senso tra gli arbusti alieni e le mutanti paludi di Garland.

Il misterioso essere X si fa immagine riflessa dei movimenti di Lena in una doppia dinamica di avvicinamento e allontanamento, un gioco a fisarmonica che identifica e differenzia l'altro e lo stesso. Lena riflette la sua immagine specchiandosi nell'altro, l'alieno, lanciando la sua stessa sagoma in un qualcosa che per forma è lo stesso, e che per materia si dà come estraneo. Il perimetro della visione è familiare, eppure i suoi contenuti sono stranianti, paurosi e perturbanti.

Così come nella Zona tarkovskiana, l'area X è puro riflesso di scissioni umanoidi già interne ai soggetti, ossia una procreazione cellulare di un germe nichilista e autodistruttivo. Non a caso la narrazione degli eventi della zona è intervallata da numerosi flash back della vita di Lena che mostrano una bivalenza comportamentale e affettiva comune: quella di una donna che ama suo marito e che puntualmente lo tradisce.

Per Garland entrare nell'area X allora è mettersi faccia a faccia, “come in uno specchio” contro un sé altro, scisso in piena autonomia. Entrare nell'area X è fare il gioco del mimo con il proprio sé annichilito, compresente e ogni presente, per cui il bene stesso è un male poiché privo di fondamento, parafrasando Cioran. L'area X è già all'interno di chi solca il cancerogeno perimetro forestale alieno, prima ancora di solcare il limite. La sequenza finale non sarà altro che una conferma di tutto ciò: L'area X, un non luogo che accidentalmente si è fatto materia e perimetro misurabile, torna al suo stato originario autodistruggendosi fisicamente, ma restando salvo e vivo all'interno di ogni soggetto, come germe dell'annichilimento non codificato e parassitario all'interno dell'uomo. Costruendo un luogo di margine entro cui dar corpo e voce alle profondità cancerogene nere dell'uomo, Garland si pone in coda a grandi autori che l'hanno preceduto cronologicamente e qualitativamente senz'altro. Eppure Annihilation è un sillogismo dell'amarezza denso di significati, un evento cinematografico inattuale, necessario poiché non compreso.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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