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#Dark Night: I cavalieri oscuri della porta accanto

DARK NIGHT

regia:Tim Sutton
fotografia: Hélène Louvart
montaggio: Jeanne Applegate
musiche: Maica Armata
cast: Anna Rose Hopkins, Robert Jumper, Karina Macias
 
anno: 2016
nazione: Stati Uniti
distribuzione: Mariposa Cinematografica e 30Holding
genere: drammatico
data uscita in Italia: 1 marzo 2018
durata: 85 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

L'1 marzo approda al cinema il film “Dark Night” diretto dall'indipendente autore americano Tim Sutton. La rielaborazione cinematografica di una tragedia americana del 2012, tra finzione e documentario, che fa luce sugli esclusi, vittime o carnefici che siano.

Cavalieri oscuri e notti oscure. Immagine e sfondo, schermo e soggetto che compiono l'uno tutto. Da una parte c'è Batman, dall'altra il mondo e le vite di chi va a vederlo al cinema. Per Sutton nel mezzo c'è la vera oscurità, la notte calata sulle palpebre dei mortali già prima della morte stessa.Intriso d'indipendenza americana fresca e baldanzosa, Sutton presenta il suo nuovo lungometraggio come tragedia corale dell'era moderna, priva di Deus ex machina, che punta i fari sui retroscena duri e freddi, banalmente, il dietro le quinte della vita.

Le vite raccontate da Sutton con stile documentaristico fantoccio (mokumentary) sono linee parallele per disfatta e declino, tutte implicate nel paradosso che converge in un unico punto magico: una sala cinematografica. Parallele e e convergenti. Sì, perché la vita non sa stare imbrigliata nella logica e questo Sutton lo capisce bene e ce lo fa capire bene. Le vicende narrate, ognuna in forma segmentaria e separata solo fino al gran finale, sono quelle di un teenager sociopatico che vive in dimensioni parallele, ossia quelle dei suoi videogames, per sfuggire alla vita che il mondo quotidianamente gli presenta. Una giovane americana ossessionata dal fitness, più interessata alla costruzione di un sé da social network che al suo corpo. Poi un marines di ritorno dalla guerra, spaesato e disorientato come da copione, e infine un collerico e disagiato appassionato di armi da fuoco che, come una lunga miccia già accesa, non attende altro che l'esplosione della sua rabbia repressa.

 


 

Tutto nel progetto di Sutton, che reinterpreta a modo suo i fili che hanno intrecciato la trama della tragedia di Aurora del 2012, viaggia verso la proiezione del film” Il cavaliere oscuro- Il ritorno” di Nolan, occasione in cui il giovane pazzoide James Holmes ha fatto fuoco sulla platea presente per la visione del film.

Eppure, come nel teatro greco, il sangue scorre sempre altrove. Il coltello levato è in previsione ma mai disvelato davvero. Solo forme dunque e senza materia. Sul palcoscenico di Sutton sfilano dinamiche quotidiane ossessive e persistenti, consumatrici d'anime e coltivatrici d'odio. Il far fuoco è bandito e censurato per dar voce ad altro.

La tragedia non è nei proiettili, nel fucile e nel sangue. L'oscurità dei cavalieri neri è già da sempre qui, nelle relazioni, nelle piccole difficoltà per cui l'individuo non è più in grado di sentirsi nel mondo, ma è preposto “contro” il mondo, inimicandosi a prescindere qualsiasi forma di contatto e recupero.

I tanti Batman del mondo fanno paura quando si tolgono la maschera ed il mantello per andare a fare la spesa, quando passeggiano al centro commerciale o vanno a trovare un amico.

Difficile è dunque il lavoro di Sutton per il suo complicarsi la vita a tutti costi. Modellare temi tanto complessi e dibattuti, stuprati e violentati dal giornalismo povero è sempre rischioso.

Difficile è mettere in piedi uno spazio artistico in cui far dialogare sociologia e psicologia, ma senza mai dimenticare il fatto che si sta facendo cinema.

 

Cinema che qui ricorda tanto quello di Gus Van Sant, o meglio, quel famigerato Elephant che per mezzo di lunghissimi piani sequenza appoggiati su lunghe carrellate a seguire e a precedere, intrecciavano le vicende di giovani studenti americani prossimi a vivere l'ennesima tragedia a stelle e strisce. Vicino anche a quel piccolo capolavoro che è “E ora parliamo di Kevin” di Lynne Ramsay.

Perlomeno a Sutton non interessa costruire un discorso sull'accesso all'arma da fuoco, né tanto meno Dark Night è targhetta di riconoscimento per le vittime della tragedia del 2012. Se di meriti vogliamo parlare, quello di Tim Sutton sta nello spiattellare su pellicola la non coesione dell'istituzione sociale. Puntare la luce sulle falle di un sistema che si auto sostiene dimenticando numerosi soggetti che, prima o poi, si rivoltano ad essa minandone le fondamenta. La rivolta non è semplicemente e unicamente nell'omicidio di massa. Essere in rivolta è già solo stare di fronte e non più accanto ai vicini, agli amici e ai propri familiari. La rivolta è silenziosa, lunga e deleteria, come il cinema di Sutton, come i cavalieri oscuri della porta accanto per cui non è più possibile fare distinzione tra chi è vittima e chi è carnefice. La tragedia è sempre preannunciata, a patto di stare ad ascoltare il disarmante silenzio di chi è già altrove.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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