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#Lady Bird: Benino Gerwig ma per gli Oscar può bastare

LADY BIRD

 
regia: Greta Gerwig
fotografia: Sam Levy
sceneggiatura: Greta Gerwig
musiche: Jon Brion
cast: Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Odeya Rush, Timothée Chalamet, Kathryn Newton, Jake McDorman, Lois Smith, Laura Marano
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti
produzione: Scott Rudin Productions, Entertainment 360, IAC Films
distribuzione: Universal Pictures
genere: commedia
data uscita in Italia: 1 marzo 2018
durata: 94 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Dall'eccentrico genio di Greta Gerwig, l'1 marzo in uscita al cinema “Lady Bird”. Forse un passo indietro per l'autrice americana, premiato comunque con ben 5 nomination all'oscar tra cui miglior regia e miglior film.

Premetto che Greta Gerwig l'ho davvero amata per Frances Ha e Mistress America. L'ho scoperta così, nel brio frenetico di una donna del cinema che ha tanto da dire e soprattutto sa come dirlo. Certo, c'è l'influenza del compagno Baumbach, e poi Allen. Gerwig mi sembrò allora proprio una macchietta alleniana, un alter ego al femminile con le mai in pasta in un cinema irriverente, volutamente sfilacciato e frenetico.

Poi arriva Lady Bird (assieme alle varie esternazioni socio-politiche su cui non mi soffermerò) e con esso il grande successo agli Oscar. Per il momento parliamo di nomination, ma qualcosa nel sacco la Gerwig la metterà di sicuro.

Eppure l'incoronazione di questa giovanissima cima del cinema americano giunge nel momento più turbolento, forse, per il film sbagliato.

Lady Bird è il  riflesso fantoccio della vita della Gerwig, interpretata da una brillante Saoirse Ronan,  matura, fresca e puntuale. Vicende, sogni e delusioni di una teenager di Sacramento, misconosciuta capitale dello stato californiano, la classica cittadina americana in cui le alternative di vita sono due: fuggire ed inseguire il proprio sogno oppure vivere cercando di chiudere gli occhi del cuore.

Lady Bird, che sceglie in autonomia il nome con cui deve essere chiamata, firmandosi perfino con questo pseudonimo, sogna di finire in fretta i suoi anni nella scuola cattolica in cui è iscritta per entrare in un college, non del calibro di Harvard insomma, ma poco al di sotto. Viene selezionata come prima attrice per i musical scolastici e s'addentra nei meandri delle prime deludenti storie sentimentali che finiscono  con la scoperta dell'omosessualità del proprio fidanzato, oppure  tra gli abbracci disinteressati del belloccio dannato di turno (Timothée Chalamet). Lady Bird è esattamente l'immagine condensata della turbolenza degli anni più difficili, forse con un certo surplus, una sovrapproduzione di stati d'animo, pensieri sfuggevoli e reazioni alle istituzioni vigenti, in primo luogo la famiglia. Lady Bird fa guerriglia con sua madre e trova un alleato in suo padre, disoccupato e in cerca di un lavoro; una vittima fatta e finita del sistema familiare che quasi lascia in ombra l'eroina negativa gerwighiana.

Lady Bird dice di abitare dall'altra parte dei binari intendendo esattamente la parte povera della città. Poi, per vergogna, alla nuova amica “popolare” racconta di vivere in una grande villa con giardino. Il momento esatto è quello della costituzione del proprio Io, sempre scisso durante la fase acerba della giovinezza tra verità e menzogna. Insomma, la vita di Lady Bird è un disastro, come quella di ogni altro adolescente, con qualcosina in più essendo la vita di una futura artista.


 

Eppure, conoscendo gli altri lavori di Greta Gerwig qui il dinamismo e la turbolenza lascia spazio a vuoti, tratti poco carichi e emozioni appena sfumate.

Lady Bird non aggiunge nulla alle tante storie americane di giovani disadattati. Vedi la scialba serie tv The End of F**king World lanciata da netflix di recente. Ma la lista sarebbe davvero infinita. Il merito dunque starebbe nella rielaborazione mumblecore di un passato vissuto per davvero, esistito in una cittadina senza sogni come Sacramento, raccontata anche attraverso le frasi della scrittrice Joan Didion, anch'essa della stessa cittadina. Ma la Gerwig questa volta teme. Sembra avere paura di raccontare la sua stessa storia, dunque si mette i guanti. Mai sbavato, mai sporcato, troppo pulito e lineare per gli standard dell'autrice americana, Lady Bird è un passo indietro, a quanto pare seguito da un inchino rivolto all'olimpo di Hollywood per l'eco ricevuto. Eppure non posso fare a meno di chiedermi: è tutto qui? Davvero non c'è più nulla di nuovo? O forse il voltare le spalle all'”antico maestro” Woody Allen è stato l'atto conclusivo avvenuto già solo a inizio spettacolo?

Poi, come al solito, commentare le scelte dell'Academy rischia di passare come il classico sparare sulla croce rossa. Non resta che fare un in bocca al lupo a Greta Gerwig, non per gli oscar ma per il suo futuro d'autrice. L'augurio è quello di non restare impantanata in movimenti, reazioni e prese di posizione che con l'arte non hanno nulla da spartire.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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