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#Slumber: la recensione

SLUMBER

regia: Jonathan Hopkins
fotografia:  Polly Morgan
sceneggiatura:  Jonathan Hopkins, Richard Hobley
montaggio: Gary Forrester
musiche:  Ulas Pakkan
cast: Maggie Q, Sylvester McCoy, Will Kemp, Sam Troughton, William Hope
 
anno: 2017
nazione: USA, Gran Bretagna 
produzione: Tea Shop & Film Company, Goldcrest Films International
distribuzione: Koch Media
genere: Horror
data uscita in Italia: 1 febbraio 2018
durata: 84 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Esce l'1 febbraio, è il primo film di Jonathan Hopkins e parla di incubi e demoni del sonno. Noi lo abbiamo bocciato. Ecco la recensione.

Alice è una specialista dei disturbi del sonno, una donna estremamente razionale, perseguitata, però, dal trauma di aver assistito alla misteriosa morte notturna del fratello minore. Un giorno, arriva al suo studio un'intera famiglia i cui membri sono tutti afflitti da strani disturbi durante la notte. Alice diagnostica a uno dei bambini la "paralisi del sonno", un fenomeno reale in tutto il mondo che porta chi ne soffre a vivere, da svegli, i propri incubi.

 

Come quando non si conosce una “h” di un tema e ci si affida ad una pratica sbirciatina su google, magari oscillando tra il polo wikipedia e quello del video tutorial-spiegazione su you tube, così Slumber, il primo film di Jonathan Hopkins si muove a tentoni, gattonando verso la scoperta di una categoria e più in generale di un genere intero quale l'horror, senza sapere mai dove andare, cosa cercare, cosa mostrare.

Dire la propria quando non si ha nulla da dire è peccaminoso. Al cinema poi lo è in modo vertiginosamente maggiorato.

Il tentativo di Hopkins è visibilmente quello di fare le scarpe a Mike Flanagan o per lo meno mettersi dietro la sua discreta scia per non inciampare. Ma se di scarpe parliamo, Jonathan Hopkins corre scalzo sui vetri.

Slumber racconta quella affascinante e mitologica sagoma oscura detta Night Mare, o demone del sonno, chiamato con decine di nomi in tutto il mondo a partire dall'impero persiano e dalla cultura greca. Nomi e racconti che prendono un volto attraverso i dipinti dello svizzero Johann Heinrich Füssli, che tratteggia l'incubo come fosse un demone incastonato comodo sul petto delle vittime.

Poi , clinicamente, questo demone non sarebbe altro che una paralisi temporanea che vede il cervello attivo intrappolato in un corpo ancora dormiente. Insomma, il materiale per farci una storia c'è. Raccontare una bella storia poi è tutto un altro paio di maniche. Farlo in modo registicamente dignitoso, oggi, è qualcosa di più.

Hopkins contrappone suggestione e dato clinico, credenza e sapienza, demonologia e superstizione ad elettrocardiogrammi e monitor. Come da copione, attraverso un prologo iniziale che ci consegna l'antefatto, siamo immersi in un tragico ritorno al passato vissuto dalla dottoressa Alice, testimone oculare della morte di suo fratello avvenuta in circostanze misteriose. Il nuovo caso introdotto con luna famiglia dilaniata da una perdita prima, e da un disturbo poi, risveglia ricordi, sofferenze e paure.

Nel concreto Hopkins racconta questa entità come un parassita del sonno che, di bambino in bambino, si nutre di giovani anime. Il sogno, l'onirico, l'incubo, sono tratti che la melmosa e fuligginosa figura demoniaca perde, trattenendo solo i fenomeni formali nel relegarsi alla dimensione reale. A questo punto viene quasi da rimpiangere quell'Incarnate di Brad Peyton, mediocre, ma per lo meno in grado di porre una distinzione tra piano reale e onirico. Slumber al contrario, non sa dove agire. Demone del sonno tramutato in banalissima entità demoniaca di possessione che si scaglia contro chiunque si metta sulla sua strada. La coralità di un gruppo familiare alla base del processo di disfacimento individuale è una buona intuizione, a patto però di raccontarla come nucleo, e non come “Mcguffin” introduttivo. Manca la grazia, muore il contatto intimo e silenzioso di petto su petto, la pressione metafisica di qualcosa che c'è ma non c'è.

Lasciate le briciole al lavoro del pubblico su una pellicola che si racconta tutta assieme in soli quindici minuti, ritroviamo lo schema classico del fasullo happy end, una retroflessione circolare per cui in un certo senso nulla è stato risolto. Si , spoiler, ma alla fine il consiglio è quello di restare a casa.

A Slumber va riconosciuta però un'inversione di marcia che non redime il resto del progetto , ossia l'eliminazione drastica di ogni sorta di jump scare, ciò che in modo avvilente ha stuprato il cinema dell'horror degli ultimi quindici anni probabilmente.

Ci lamentiamo quando in un horror vediamo troppo. Ci lamentiamo ora perché vediamo poco e male. Incontentabili? No, è il cinema ad essere una questione seria, primaria e difficile. Bocciato.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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