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#Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI

regia: Martin McDonagh 
fotografia: Ben Davis
sceneggiatura:Martin McDonagh 
montaggio: Jon Gregory
musiche: Carter Burwell
cast: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage, John Hawkes, Abbie Cornish, Caleb Landry Jones, Lucas Hedges, Kerry Condon, Zeljko Ivanek, Amanda Warren
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti
produzione: Blueprint Pictures
distribuzione: 20th Century Fox
genere: drammatico
data uscita in Italia: 11 gennaio 2018
durata: 115 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Domani 11 gennaio al cinema il premiatissimo Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Il dramma- giallo di McDonagh che profuma di America, ma quella vera.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Stop, come in un telegramma, è questo il titolo dell'ultima pellicola di Martin McDonagh . Un telegramma vincente tuttavia, che ai Golden Globe ha ottenuto ben quattro riconoscimenti, tra cui miglior film drammatico, e non dimentichiamo Venezia (miglior sceneggiatura). Questa volta non c'è spazio per i risentiti.


 

Tre manifesti a Ebbing, un omicidio finito nel dimenticatoio, una madre assetata di vendetta, poliziotti accomodanti, e poi l'America, non la grande mela, ma quella profonda, dura, brulla e impietosa.

Il film di Martin McDonagh più che un drammatico che sorge dalle ceneri di un giallo, è una fotografia storica, un puzzle a stelle e strisce per davvero. Il movente è un falso movimento, un canale per trascinarci tutti in un flusso di rabbia mista ad incomprensione, incapacità d'apertura verso l'altro, la radicalizzazione di pensieri e e idee, qualunque esse siano. In Tre manifesti ad Ebbing, Missouri, perdono tutti, e non una sola volta ma ripetutamente. Soprattutto, perde L'America.

Sono trascorsi circa sette mesi dalla morte della figlia di Mildred Hayes, violentata e uccisa in una via di campagna poco trafficata. Mildred decide di usufruire del potere divulgativo di tre grandi spazi pubblicitari posti sullo stesso luogo del delitto. Attira così l'interesse dell'opinione pubblica infangando il nome della polizia e in particolare la figura del capo della polizia locale, Willoughby, accusati tutti d'aver archiviato il caso di Angela Hayes senza alcuna risposta.

 


 

L'originalità di McDonagh non sta solo nel saper far ruotare un'intera storia attorno l'esistenza di tre grandi insegne pubblicitarie, e già questo ci basterebbe. McDonagh salda il suo lavoro con fiamma ossidrica ad una componente antropologica trattata con i guanti, mai asetticamente, sempre sentendo, patendo e rielaborando. Sullo schermo personaggi in rovina, certo, ma belli perché pieni, vivi, che si lasciano infervorare da ciò che è banale, almeno per noi, e ciò che non lo è. Poliziotti e frequentatori di bar nel mezzo tra i pistoleri del western classico e i red necks del cinema di Minervini. Insomma una bella storia che non si stacca mai dal dato umano che racconta la differenza.

L'unico cuore tenero qui è quello del capo Willoughby (un fantastico Woody Harrelson) , malato di cancro che nonostante la malattia è costretto a prendere sulla schiena le accuse lanciate sui manifesti e il rimpianto per il non aver fatto più del possibile per il caso di Angela Hayes. Alla sua morte, tre lettere indirizzate a tre personaggi diversi si proporranno come chiave risolutiva che, con grandissimo stile, non risolveranno un bel niente.

Se una certa ramificazione bonaria trova radici in Willoughby, dall'altra parte c'è il poliziotto Dixon(Sam Rockwell) , ubriacone razzista e violento che tuttavia metterebbe la città a ferro e fuoco per il suo capo, e la stessa Mildred Hayes (Frances McDormand), una donna “fossile”, incatramata nel suo stesso odio e nella sua disperata vendetta. L'uno contro l'altra stando ai fatti, dove chi accusa si ritrova contro la guerriglia violenta di chi difende un capo. Eppure sagome viventi vicinissime, fondamentaliste e radicali nelle proprie azioni e intenzioni. Poco convincente la quasi-redenzione di Dixon allora, che dopo aver letto la lettera a lui indirizzata si fa protettore delle cause altrui, senza perdere però il proprio stile manesco e poco riflessivo. Una nuova accoppiata che non saprà fare altro che dare ragione alla contrapposizione delle due fazioni, un duello ideologico e umano che termina significando ciò che lascia senza speranza, ossia che l'unico a salvarsi dall'odio e la rabbia è lo stesso Willoughby, passato a miglior vita con una pallottola in fronte. Un morto che dall'al di là giudica i vivi, intrappolati come pesci nelle reti intessute individualmente e localmente, in un ambiente chiuso. La messa in luce di un paradigma critico che parla di una grande America etnicamente ricca di differenze mal viste e diffidenti, che fa della chiusura il proprio carburante, forza lavoro emotiva e ideologica.

Prendendo a cuore temi come rabbia, vendetta e violenza, McDonagh più che sbrogliare la matassa riporta i fatti, mediati da una regia tecnica ma poco capziosa, mai virtuosa e intellettualoide . E viene difficile giudicare negativamente i passi di personaggi duri e opachi, perché come in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, è compito che può spettare solo a chi non ha piede su questa terra. Viva la rabbia, viva la vendetta, viva la violenza, viva l'uomo.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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