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#Netflix, il tempo e la filosofia: Dark, un incontro poco rigoroso

DARK

regia: Baran bo Odar
fotografia: Nikolaus Summerer
sceneggiatura: Baran bo Odar, Jantje Friese, 
montaggio: Robert Rzesacz, Denis Bachter, Anja Siemens e Sven Budelmann
musiche: Ben Frost
cast: Sebastian Rudolph,  Maja Schöne,  Louis Hofmann,  Andreas Pietschmann, Ella Lee. Oliver Masucci,  Ludger Bökelmann,  Nele Trebs,  Antje Traue,  Stephan Kampwirt, Peter Schneider,  Karoline Eichhorn,  Deborah Kaufmann, Lydia Maria Makrides, Peter Benedict,  Lisa Kreuzer
 
stagioni: 1 - in corso
episodi: 10
anno: 2017
nazione: Germania
produzione: Netflix
distribuzione: Netflix
genere: thriller, drammatico
data uscita in Italia: 1 dicembre 2017
durata:  43-55 min

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La nuova serie di punta di Netflix è tedesca, parla di viaggi nel tempo ed è disponibile da una paio di settimane. Parliamo di Dark, scritta e diretta da Baran bo Odar e Antje Friese.

Winden 2019. La scomparsa di due bambini in una città tedesca e le conseguenti ricerche porteranno alla luce misteri e oscuri segreti che questa piccola cittadina nasconde, rivelando i rapporti e il passato di quattro famiglie che vi abitano: i Kahnwald, i Nielsen, i Doppler ed infine i Tiedemann.

“È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa. E poiché tutte le cose sono e provengono da una sola, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento.”

Tratto da la Tavola di smeraldo di Ermete Trismegisto, questa è la preghiera mistica e filosofica che accompagna l'ultimo rumoroso progetto da piccolo schermo che sta tenendo incollati migliaia di spettatori.

La via intrapresa da Netflix è ormai chiara. Dopo il gran successo di Stranger Things è il momento della nuovissima serie tv di produzione tedesca che per certi versi si fa erede di quella dei fratelli Duffer. Dark rispecchia alla perfezione quelli che sono ormai i gusti dello spettatore moderno, i gusti di chi ama giocare sul maggior numero di livelli narrativi possibili, con il piede in più scarpe, come chi vuole smarrirsi per poi ritrovarsi alla conclusione.

Di Stranger Things poi c'è solo la passione per gli anni 80, gli anni della nostalgia scolpiti e dipinti attraverso suoni, modi di fare e costumi propri di un epoca attualmente più che cara alle produzioni di serie tv, come un cilindro da cui tirare fuori i conigli.

Allora ecco Dark, un filone di 10 episodi che tira dentro un po' qualsiasi cosa, a volte centrando gli obiettivi ma spesso mancando il bersaglio. Parlare di tempo e nello specifico di viaggi temporali è sempre problematico. Si liberano demoni da dover tenere a bada, per carità bellissimi, ma troppo spesso indisciplinati. Dark tiene a mente il famigerato continuum nietzscheiano, quel flusso che può e deve fare a meno di categorie immobilizzanti come presente, passato e futuro, scissioni puramente umane che impigriscono tutti i sensi dell'uomo e le sue capacità di riflessione, imbrigliandolo dietro un muro da cui non è possibile vedere oltre. Dark ha l'intenzione di distruggere questo muro e al massimo finisce per creare una piccola breccia, una mini serratura da cui sbirciare l'esterno. L'esterno per Dark non è solo una grotta da cui è possibile viaggiare nel tempo con una lunghezza d'onda di 33 anni, numero certamente interessante e trasformato nella chiave che sa far andare d'accordo fisica, spazio-tempo e perché no metafisica.

Dietro il muro per Dark c'è una piccola cittadina tedesca in cui tutti conoscono tutti, tutto sembra ripetersi nei rapporti umani tramandandosi sempre allo stesso modo ma sempre in modo diverso, in un gioco dialettico di identità e differenza che vuole il più delle volte profumare di filosofia pura. E se Dark vuole fare filosofia non si accontenta solo di Nietzsche. Ci sono i giochi di specchi e le labirintiche vie di Borges, c'è tanto Spinoza, poi, per l'appunto, Ermete Trismegisto da cui è stata rubacchiata la cantilena e i segreti più profondi di un mistico. Ma il dogmatico scambio di particelle per cui il "Dove" in Dark deve divenire il "Quando" ai fini di venire a capo delle complessità temporali, ci suggerisce una certa povertà di riflessione, il segno per cui il continuum non è stato pensato nella sua radicalità propria se per l'appunto un "quando" ci passa tra i piedi facendoci inciampare ancora. Il muro non può crollare e forse è già da sempre così. 

Generazione dopo generazione, l'astio nella cittadina di Winden è ciò che si tramanda attraverso bugie, segreti e tradimenti; un puzzle di menzogne e pettegolezzi che si ergono sull'intricata rete di rapporti intessuti tra tutti i personaggi di Dark, certamente un'opera per cui la coralità si fa elemento centrale.

Tempo, filosofia e fisica come strumenti per parlare dell'uomo dunque. E questo ci va bene, se non fosse per il fatto che i drammi di tutti i personaggi sono abbozzati su feticci la cui drammaticità si fa vacua, rispetto a quell'horror vacui prolisso e logorroico che alle articolazioni temporali da pseudo astrofisici è stato concesso. Tanta preparazione architettonica per poi rimbalzare sul nulla. Un lavoro meticoloso che in Dark si disperde in un' atonica e scolorita caratterizzazione delle comparse, poco meno che burattini, poco più che sagome di cartone. Perché Dark può anche riuscire ad elettrizzare con il brivido dell'attesa e dello stupore, ma non sa mai penetrare nel cuore.

Affatto implicita la conclusione di stagione pensata da Baran bo Odar e Antje Friese. Un finale vestito da nuovo inizio che ci condurrà dritti alla seconda stagione, per il momento non ancora confermata, sulla quale tuttavia i due hanno già cominciato a lavorare.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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