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#L'insulto: il cinema politico e (quasi) pacifista di Ziad Doueiri

L'INSULTE

regia: Ziad Doueiri 
fotografia: Tommaso Fiorilli
sceneggiatura: Ziad Doueiri & Joëlle Touma
montaggio: Dominique Marcombe
musiche: Eric Neuveux
cast: Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Rita Hayek
 
anno: 2017
nazione: Libano
produzione: Rouge International, Tessalit Productions, Ezekiel Films, Scope Pictures, Douri Films
distribuzione: Lucky Red
genere: drammatico
data uscita in Italia: 6 dicembre 2017
durata:  110 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Il film che è costato l'arresto al regista libanese Ziad Doueiri, L'insulto, al cinema il 6 dicembre distribuito da Lucky Red. Lotta, mediazione e comunicazione complessa tra due popoli differenti e costretti alla convivenza.

Un litigio nato da un banale incidente porta in tribunale Toni e Yasser. La semplice questione privata tra i due si trasforma in un conflitto di proporzioni incredibili, diventando poco a poco un caso nazionale, un regolamento di conti tra culture e religioni diverse con colpi di scena inaspettati. Toni, infatti, è un libanese cristiano e Yasser un palestinese. Al processo, oltre agli avvocati e ai familiari, si schierano due fazioni opposte di un paese che riscopre in quell’occasione ferite mai curate e rivelazioni scioccanti, facendo riaffiorare così un passato che è sempre presente.

Quello di Ziad Doueiri è un film prepotente, rischioso nel suo essere radicalmente politico, rumoroso nel dare voce a dissensi, pensieri e visioni sul mondo, in particolare quello socio culturale libanese. A nulla serve l'incipit iniziale, quello con cui l'autore si dice inventore e creatore ex novo di tutto ciò che viene fuori dalla sua opera; nascondere la mano prima d'aver tirato la pietra lascia un po' il tempo che trova.

No, ci prende la mano Doueiri e ci trascina tutti all'interno di una disputa, se vogliamo anche un po' banale, ma che prende pieghe insolite toccando i vertici delle potenze nazionali e mettendo in campo, come vere e proprie guerriglie, due popoli diversi e conviventi come quello libanese e quello palestinese.

Il film del regista libanese è un vero e proprio trattato sul potere della parola. Le parole sono importanti, certo, mai come ne L'insulto, dove un semplice “brutto stronzo” da una parte e “a voi palestinesi avrebbero dovuto sterminarvi tutti” dall'altra, fanno braccio di ferro in tribunale, alla corte di un avvocato sciacallo alla ricerca famelica dell'ennesima vittoria, contro sua figlia impegnata nella difesa di chi pare avere meno diritti degli altri.

Piccola sbavatura nel progetto di Doueiri è il contrapporre troppo, troppe cose e troppe persone, cercando di far fare la guerra a qualsiasi cosa vivente pur di ingigantire l'impresa, perdendo qualche volta il filo del discorso.

Il discorso, quello vero, è in grado di giocare su un piano esistenziale, minimale e intimo.


 

Due persone diverse quanto simili. Un profugo palestinese capomastro in un cantiere, irascibile ma meticoloso nel suo lavoro. Toni, il meccanico invece, tra un motore e una marmitta si gonfia con discorsi di propaganda di cui recita parti a memoria, sostenitore del partito liberale cristiano in Libano. Con le orecchie gonfie di ingiurie e sentenze velenose nei confronti dei palestinesi, pregiudizi immodificabili e rabbia celata nel passato, celebra l'arrivo nella sua vita del pretesto con cui sfogare tutta la frustrazione di una intera categoria, assieme a tutto il suo risentimento. Entrambi però ritengono che gli strumenti meccanici cinesi facciano pena e che quelli tedeschi siano i migliori in assoluto. Quello che a tratti vuole passare come il “povero” Yasser, è un uomo che ha ben presente la situazione del suo popolo all'interno della terra libanese. Lui stesso dice a sua moglie “siamo i negri del medio oriente”. Diversa la religione, diversa la cultura. Yasser veste tuttavia gli abiti di chi è colpito, messo all'angolo da qualsiasi cosa, che sente perfino di non meritare una difesa, ritenendosi solo colpevole e meritevole di una punizione. A tratti letteraria, la sua sagoma assume le forme di un uomo alla deriva che accetta i soprusi pur di giungere ad una redenzione individuale, seppure profondamente politicizzante.

Ma se in prima battuta gli scenari di L'insulto parlano chiaro su chi sia il vincitore morale della disputa, scavando a fondo il regista riporta tutti sotto lo stesso cielo, mostrano le macchie dell'anima del taciturno palestinese e le profonde sofferenze passate del collerico libanese xenofobo. Un riportare tutti all'ordine, proprio come le martellate del giudice che fatica a tenere due fazioni in lotta a bada, durante le lunghissime sequenze girate in tribunale. Simbolico e non secondario è il fatto che la vera risoluzione della causa avvenga tra i due coinvolti lontani dalle aule e dalle scartoffie, in particolar modo, quasi in assenza di parole e con delle scuse silenziate che trovano ragioni nell'adesione all'altro e al suo vissuto.

Che il film sia coraggioso e rischioso lo sottolinea la brutta vicenda dell'arresto dello stesso regista, avvenuta al suo rientro in patria, con l'accusa di collaborazionismo e favoritismo dello stato d'Israele, paese con cui la Libia è in lotta. Ex allievo di quel signore chiamato Tarantino, il cineasta libanese ha scoperto sulla sua pelle il prezzo di fare cinema impegnato, quello con la gravante di trattare cose serie, di vita e di morte, non salvato neanche dallo sfacciato perbenismo accomodante e dagli echi moraleggianti e orizzontali del suo film. Incidenti di percorso a parte, L'insulto è un film di cui il suo paese di provenienza necessitava e necessita, finito negli ingranaggi dell'osservatorio politico nel verso sbagliato, fomentando altro odio, ponendo accenti su differenze incolmabili, proprio quando L'insulto in realtà si fa portavoce, se non proprio di uguaglianze, di possibili convivenze e conversazioni.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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