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#Borg McEnroe: dentro e fuori la linea di fondo

BORG McENROE

 
regia: Janus Metz Pedersen
sceneggiatura: Ronnie Sandahl
montaggio:  Per K. Kirkegaard, Per Sandholt
musiche: cast: Shia LaBeouf, Sverrir Gudnason, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, David Bamber, Claes Ljungmark, Robert Emms, Demetri Goritsas, Colin Stinton
 
anno: 2017
nazione: Svezia, Danimarca, Finlandia
produzione: SF Studios Production AB, Danish Film Institute, Film Väst
distribuzione: Lucky Red
genere: biografico
data uscita in Italia: 9 novembre 2017
durata:  100 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Il 9 novembre nelle sale italiane arriva Borg McEnroe, dopo aver sfilato alla festa del cinema di Roma, il film biografico sui due campioni del tennis che incantarono Wimbledon nel 1980, diretto da Janus Metz Pedersen.

Quando una grande storia incontra per caso qualcuno che sa raccontarla in modo brillante, il matrimonio che ne viene fuori svezza dei figli straordinari, che si lasciano guardare con piacere. E con molto piacere che si gusta infatti una pellicola come Borg McEnroe, un biopic calato negli anni 80 che nemmeno per un istante si riduce al raccontare una semplice partita e un noioso scambio di colpi con la racchetta. Janus Metz Pedersen fa proprio il suo mestiere, ossia scegliere numero e forma delle pennellate prendendo come modello due icone del tennis che per un periodo della loro vita orbitarono l'uno attorno all'altro fino a scontrarsi in quella magica finale nel tempio della racchetta.


 

Borg e McEncroe: tanto simili quanto diversi. Borg è definito una macchina. Lo svedese non ha espressioni, non lascia trapelare nulla. Per non farsi riconoscere utilizza il nome di suo padre e dice d'essere un elettricista. Prima di ogni partita esegue rituali: alloggia nella stessa stanza, noleggia la stessa auto, siede sulle stesse sedie, calpesta ogni sera tutto il suo set di racchette per testarle. Lascia che sua moglie prepari la sua borsa sempre con lo stesso ordine geometrico.

McEnroe è il ribelle americano. Impreca contro gli arbitri, inveisce contro il pubblico che lo fischia. Irascibile e irrequieto perde presto le staffe e prende inimicizie ovunque. Entrambi sono dei campioni con la racchetta, qualcosa di meno nei rapporti lontani dai riflettori.

L'obiettivo di Metz Pedersen, centrato in pieno, è quello di fotografare una pallina che sorvola a rallentatore la linea di fondo del campo mentre racconta le vite de due campioni. Quella linea, limite tra dentro e fuori, è la stessa linea su cui si tengono in bilico le personalità di Borg e McEnroe, ma anche di coloro che sono vicini a personalità tanto complesse. Tenere tutto dentro oppure esplodere. Aprirsi o chiudersi al mondo. Imprecare per il punto perso oppure accettare il verdetto di un arbitro della vita quasi sempre poco attento, quasi cieco, contro cui è inutile far polemica. Il pubblico non può capire e le regole sono rovesciate, squalificate dal gioco. Allora punto dopo punto, giorno dopo giorno, per Borg e McEnroe non si tratta d'altro se non scagliare quella pallina con un rovescio e tenerla dentro la linea, quel confine che prima d'essere tracciato per terra è soprattutto nella testa. “Qui, è tutto qui” dice l'allenatore di Borg puntandogli il dito sulle tempie.

Borg sa fin da ragazzino di non essere come gli altri. Sbraita per ogni punto perso e scaglia racchette sugli alberi. Ma diventare il migliore nel mondo richiede un sacrificio estenuante, ossia trasformarsi in una pentola a pressione che tiene tutto dentro e non lascia trasparire più nulla, un pezzo di ghiaccio irremovibile. McEnroe è il bambino prodigio che i genitori sanno far sembrare uno qualunque. Perché moltiplicare a mente 777x35 non conta nulla se non sai moltiplicare 55214x88456. Essere il primo della classe ma non a pieni voti non basta mai.

Strabiliante è il fatto che al di là del famigerato scontro che vide poi vincitore Borg per la quinta volta di fila, nonostante le pressioni mediatiche, i due campioni mai e in nessun modo furono davvero avversari se non sul terreno rossastro. Questo perché i due furono da tutta la vita sempre in lotta con un avversario decisamente più forte e preciso, che difficilmente si lascia cogliere impreparato e non sbaglia mai un colpo, ossia il fantasma del dover essere. Dunque la finale del 1980 diede ragione ad entrambi, al di là di chi vinse e chi perse, e la coppa più importante alzata al cielo fu il sospiro di sollievo di chi finalmente “è” e “sa di essere”.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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