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#A Palazzo Morando istantanee della Milano che fu

Un archivio di foto significative a testimonianza di un decennio di profondi mutamenti urbani e sociali. Così la mostra “Milano anni '60” celebra a Palazzo Morando fino al 9 febbraio, una città in bianco e nero che evoca un senso di nostalgia anche a chi, come me, quell’epoca non l’ha vissuta.

Il viaggio inizia dal boom edilizio con istantanee risalenti alla fine degli anni Cinquanta, della costruzione di edifici ora simboli cittadini come la torre Velasca e il grattacielo Pirelli o di quartieri in divenire come Sant’Ambrogio che appaiono quasi spogli e irriconoscibili.

Si prosegue alla scoperta della vita “dentro” il boom quando il mondo era un po’ alla portata di tutti; le sfilate di moda venivano fatte lungo via della Spiga e quotidiani come “L’Unità” potevano essere liberamente letti incollati a un tronco di un albero. Si faceva vita di piazza e il Duomo la sera era gremito di gente radunata per parlare di politica o sport (qualsiasi persona che abbia vissuto quei momenti te lo racconterà con un sorriso di rimpianto). Per chi troppo giovane o proveniente da altre terre, invece, ci sono le foto a prova che la shighera, la nebbia in dialetto milanese, non è solo leggenda ma fenomeno realmente esistito.






Al boom edilizio sono ovviamente coincise le costruzioni di strade e autostrade, impressionante la primogenita tangenziale ovest con solo due macchine o poco più a transitarvi; gli esodi, invece, erano uguali a quelli di adesso per portata, solo che si viaggiava stipati in piccole auto dove ora, abituati come siamo, sarebbe impensabile stare schiacciati per ore. Immancabili le immagini che documentano la costruzione della linea rossa (la “M1” per i milanesi), prima metropolitana cittadina. I cantieri erano però a cielo aperto con le famose piazze sventrate a portata di sguardi curiosi mentre oggi che la città torna a essere in tumulto costruttivo vengono pudicamente coperte da enormi pannelli.

Per un momento le fotografie lasciano spazio a oggetti e arredi perché è proprio a Milano che nacque il design italiano; immancabili i nomi che ne hanno fatto la storia come Gio Ponti e Giulio Natta (l’inventore del Moplen) per citarne due e soprattutto luoghi ed eventi: la Triennale con le sue esposizioni all’avanguardia e l’enorme protesta studentesca del 1968 che ne devastò alcune aree, il Salone del Mobile e il premio “Compasso D’Oro” voluto da Gio Ponti con il sostegno dei magazzini “La Rinascente”.






E dal design all’arte, a partire dal quartiere di Brera con le piccole gallerie promotrici di nuove tendenze e dei grandi del momento come Lucio Fontana, Mimmo Rotella e Piero Manzoni. Guardando le foto che ritraggono gruppi di artisti quasi pare di essere lì con loro, anche se te li aspetteresti “inquieti e maledetti” e invece erano tutti in giacca e cravatta secondo il buon costume di allora. Città d’arte, culla di alcune tra le più importanti case editrici e soprattutto palco degli evocativi cabaret che, insieme ai concerti jazz, soppiantarono di gran lunga il teatro causandone una profonda crisi, da cui si salvò solo lo storico “Piccolo Teatro” di Via Rovello con straordinari afflussi da tutto esaurito. A osservare le foto dei musicisti non ci si crederebbe che Billie Holliday, Duke Ellington, Miles Davis, Ella Fitzgerald e tanti altri abbiano calpestato come se niente fosse i palchi di locali e teatri tutt’ora in voga; eppure è stato possibile anche a causa dei pregiudizi razziali che all’epoca toglievano un po’ di attenzione mediatica a questi grandi della musica.

Ma Milano non fu solo progresso, avanguardia e personaggi noti, sul finire del decennio le piazze divennero emblema dei nuovi movimenti sociali, tante le fotografie di studenti e lavoratori radunati in cortei a suggerire quell’aria di cambiamento che vide il suo culmine con la strage di Piazza Fontana.

Le foto dell’avvenimento chiudono la mostra e anche un’epoca, magari le abbiamo viste riproposte sui giornali di allora e di oggi: il focus sull’orologio fermo a una determinata ora, gli oggetti appartenenti alle vittime come cappelli e occhiali tristemente abbandonati; e infine le immagini dei funerali in una Milano nebbiosa e umida trasmettono un senso di definitivo e irrecuperabile.

Molti i visitatori che la giovinezza l’hanno vissuta davvero in quegli scatti, basta affiancarsi un po’ a loro per carpire, quasi fossero didascalie parlanti, dettagli preziosi; ma molti anche i più giovani, divertiti nel riconoscere i quartieri e la loro città quando era diversa. Generazione opposte che passeggiano insieme in una metropoli sempre pronta ad aprirsi al futuro ma che certo non dimentica il suo passato.

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